Magistrati o Lega? Berlusconi teme più il ribaltone del Carroccio

Pubblicato il 16 Febbraio 2011 11:36 | Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio 2011 11:48

Silvio Berlusconi

ROMA – Lega e magistrati, magistrati e Lega. Le preoccupazioni di Silvio Berlusconi, da martedì, si concentrano sugli alleati e sulla procura di Milano. Dopo il rinvio a giudizio immediato ha anche valutato, seppure per qualche secondo, l’ipotesi dimissioni. Per poi accantonarla. Ma certo la legislatura dipende dagli esiti di quel processo così infamante, per prostituzione minorile oltre che concussione, che inizia tra 50 giorni; ed è tutta nelle mani della Lega, l’alleato che può staccare la spina da un momento all’altro.

Il vertice a palazzo Grazioli con i vertici del Carroccio ha solo tamponato le preoccupazioni del premier. Bossi ha detto “sto con te”, per ora nessuna crisi di governo. Ma la sua fiducia prevede alcune condizioni: innanzitutto allargare la maggioranza. Berlusconi qualche giorno fa ha detto che presto si arriverà a quota 325 deputati. La Lega ne vorrebbe anche qualcuno in più, giusto per stare sicuri per il voto in Aula delle riforme e del federalismo. Maggioranza che in primis va rimpolpata nelle Commissioni Bilancio e Affari costituzionali, laddove Pdl e Lega sono in minoranza.

In questo scenario non è sfuggita l’intervista di Bersani alla Padania, non un caso che il leader Pd abbia parlato di federalismo all’organo leghista. La mossa contava di far breccia nelle anime più sensibili della Lega ai richiami esterni. E ha ottenuto un risultato: dividere le 3 principali correnti. Da una parte Bossi che giura fedeltà al premier, almeno finchè il federalismo non verrà approvato. Poi c’è una corrente che lega Calderoli a Tremonti, da sempre sensibile alle istanze leghiste e visto come principale interlocutore in caso di governo tecnico. C’è poi un asse che fa capo a Maroni, in cui rientrano ad esempio i governatori Cota e Zaia. Sono loro i destinatari delle parole di Bersani, almeno secondo il retroscena fornito da Affaritaliani. L’ipotesi è quella di un appoggio esterno del Pd a un governo guidato proprio dal ministro dell’Interno per approvare il federalismo.

Il Pd intanto continua a lavorare a una cosiddetta Santa Alleanza. Bersani ha incontrato Casini e pare che abbia strappato al leader Udc la promessa di un appoggio a una coalizione nel caso di voto anticipato, anche con Sel. Il progetto si scontra però con le resistenze di Fli, che si propone come alternativa a Berlusconi “che vuole battere la sinistra”, come ha detto Italo Bocchino. E chi potrebbe unire un’alleanza così eterogenea? Ecco che torna in auge il cosiddetto “papa straniero”: il nome del momento è quello di Mario Draghi.