‘Il Fatto’: Marco Milanese “cameriera di Tremonti”

Pubblicato il 13 Luglio 2011 9:47 | Ultimo aggiornamento: 13 Luglio 2011 9:47

La casa romana di Tremonti

ROMA – Luca Telese sul ‘Fatto Quotidiano’ scrive un pezzo su Tremonti-Milanese che, secondo Dagospia, va letto tra le righe. Si parla di “amicizia affettuosa”, di un rapporto profondo tra il ministro e il suo fidato braccio destro che arrivava a pagargli l’affitto di casa. Telese si spinge a definire Milanese “la cameriera di Tremonti”, il “dresser”, “il servo di scena”.

Scrive Telese: “Per spiegare come sia possibile che “uno dei principali contributori d’Italia” (ipse dixit), per giustificare come possa vivere in una casa pagata da altri un signore che nel 2008 dichiarava 4,5 milioni di euro nasce la leggenda dell’’amicizia affettuosa’, della ‘cameriera di Tremonti’. Nasce il ritratto ossimorico congiunto, come quello che ci ha regalato ieri sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo, quello delle “vite opposte”, del ministro e del consulente: il primo virtuoso e virginale, il secondo consumista e kitsch. Uno quasi francescano fra pastasciutte cucinate con “sughi portati da casa”, veglie in baita o nella caserma dei finanzieri, l’altro quasi osceno, nella sua vita di yacht e nel suo tourbillon di carte di credito e di vacanze supercafone con suite al Plaza. Ma anche questa leggenda del Tremonti puritano, alla fine, ha bisogno di essere in qualche modo conciliata con i conti che non tornano. E allora ecco che nell’Italia del governo più omofobo di tutti i tempi (persino la Dc, come ci hanno raccontato Vendola e Formica, aveva le sue diversità accettate), ecco che in questa Italia saltano fuori i mezzi toni e le perifrasi felpate, per girare intorno al presunto indicibile.

Telese, dopo aver insinuato velatamente un dubbio sul tipo di rapporto che c’è tra Tremonti e il suo consigliere, si sofferma sull’abitudine di molti politici di far pagare le spese ai propri collaboratori. Da Berlusconi e Livia Turco, scrive Telese, la lista è lunga. Ed è a quel punto che il giornalista scrive: “Il paradosso del collaboratore libertino e del ministro asceta, dunque, non è una disgrazia o un dettaglio intimo da velare, ma una responsabilità pubblica da spiegare: soprattutto quando nel Parlamento dei nominati, quel collaboratore lo si fa diventare “onorevole” per investitura. Il collaboratore che paga per te e ti ospita non è spiegabile con la categoria dell’“amicizia affettuosa”, che anche se fosse tale, potrebbe benissimo essere paritetica. Dietro l’ospitata nella casa affrescata, invece, c’è l’idea del dresser, il servo di scena che l’occhio visionario di Joseph Losey ha trasformato in una maschera. Poi se uno vuole essere affettuoso faccia pure: purché paghi per sé”.