Matteo Renzi: 5 miliardi sulla via di Bruxelles. Sviluppo o stangata?

Pubblicato il 16 febbraio 2014 10:24 | Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2014 10:24
Matteo Renzi: 5 miliardi sulla via di Bruxelles. Sviluppo o stangata?

Matteo Renzi con Maria De Filippi. 5 miliardi di deficit non si recuperano con una comparsata ad Amici

ROMA – C’è l’Europa e con essa il macigno del deficit pubblico sul cammino di Matteo Renzi verso il paradiso. Il golpe che lo ha portato a palazzo Chigi, dove siede il primo ministro del Governo in Italia non ha sciolto come la spada magica dei libri fumetto i problemi che ci hanno messo in ginocchio, come Stato, come Nazione e come Cittadini.

L’articolo di Dino Piesole sul Sole 24 Ore di domenica 16 febbraio è raggelante:

“La partita vale dai 5 ai 6 miliardi“.

In altri momenti, solo pochi mesi fa, si sarebbe subito pensato a una stangata in arrivo. Ora non è più di moda, ma non ci si deve illudere. Al di là di tutte le chiacchiere e promesse da imbonitori che tutti i Governi degli ultimi tempi di hanno elargito, alla stretta finale l’unica strada che hanno poi trovato è stata quella del prelievo fiscale, arrivato al 44,3% di quanto l’Italia produce.

Se non troveranno altri modi, ancora una volta, Renzi o non Renzi, faranno come ha cominciato a fare Berlusconi con Giulio Tremonti e hanno continuato Mario Monti e Enrico Letta: aumentare le tasse.

Si tenga presente che la nuova tosatura sarà resa più facile se davvero la timida ripresa annunciata sarà confermata.

Intanto, avverte Dino Piesole, il Governo Renzi avrà poco tempo a disposizione

“per non perdere il treno della «clausola sugli investimenti», congelata da Bruxelles già lo scorso novembre, quando la Commissione europea giudicò «non sufficiente» il percorso di aggiustamento strutturale indicato dal governo Letta: 0,12 punti percentuali di Pil, contro gli 0,66 richiesti. In quella sede il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, si impegnò a presentare di fatto una sorta di manovra parallela alla legge di stabilità”.

In queste settimane concitate, scandite dalla scalata di Matteo Renzi al posto di Presidente del Consiglio e dalle manovre tra lo stesso Matteo Renzi, Denis Verdini e Berlusconi per cambiare la legge elettorale secondo un disegno di rinascita democratica, se ne sono un po’ tutti dimenticati.

Ma a Bruxelles, dove ci considerano poco più che gli storici magliari ripuliti, hanno ben aperto il fascicolo a pagina 1.

Ora la partita passerà al nuovo ministro dell’economia destinato a succedere a Fabrizio Saccomanni, a scelta tra Reichlin, Padoan, Bini Smaghi e Barca. Chiunque sia, lui o lei e tutto

“il governo Renzi, per riagganciare il treno della flessibilità europea e immettere nuova benzina nel motore della ripresa, dovrà tra i primi atti concreti garantire che l’aggiustamento strutturale chiesto da Bruxelles sarà effettivamente conseguito”,

avverte Dino Piesole:

“Ne consegue che già prima della presentazione a metà aprile dei nuovi documenti programmatici (Def e Piano nazionale di riforma) il piano di risparmi attesi già quest’anno dalla spending review dovrà essere sostanzialmente definito”.

La manovra parallela delineata da Fabrizio Saccomanni era

“basata essenzialmente su tre addendi

1. Spending review, con risultati già nel 2014 poi cifrati in 3 miliardi,

2. privatizzazioni,

3. incassi dal rimpatrio dei capitali esportati illegalmente”.

“In primo piano c’è la spending review, e stando alla nota diffusa venerdì sera dal Ministero dell’Economia, i dati sarebbero sostanzialmente pronti. Ora si tratta di verificare se saranno ritenuti sufficienti, oppure se – come probabile – Bruxelles decida di concedere un ulteriore margine al nuovo governo perché, accanto agli impegni, presenti già misure concrete da sottoporre all’esame della Commissione”.

Il nuovo Governo potrà anche

“far leva sul consistente avanzo primario (3,8%) e su una discesa più celere del rapporto debito/Pil anche per effetto del piano di dismissioni”.

Ma, attenzione, avverte Dino Piesole, perché

“quel margine di flessibilità apertosi per effetto dell’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo è già nei saldi: 2,7 miliardi cifrati sotto forma di spese in conto capitale.

“Se la partita non si sbloccasse, verrebbe meno la possibilità di fruire di questa maggiore spesa.

“Con quali conseguenze? Il deficit è indicato al momento al 2,5%, ma l’asticella potrebbe avvicinarsi pericolosamente al limite del 3% qualora il Pil, per un andamento ciclico meno favorevole e anche per il venir meno della spinta propulsiva connessa con la «clausola di flessibilità», si avvicinasse più alla stima della Commissione (0,7%) che a quella del governo Letta (1-1,1 per cento).

“Meno crescita, più deficit, con margini a quel punto sostanzialmente nulli nell’anno in corso per politiche di bilancio anche moderatamente espansive”.

 

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