Il viceministro Michel Martone: “Chi si laurea dopo i 28 anni è sfigato”

di Warsamè Dini Casali
Pubblicato il 24 Gennaio 2012 14:00 | Ultimo aggiornamento: 26 Gennaio 2012 11:56
Commemorazione di Bettino Craxi a dieci anni dalla morte

Michel Martone con l'ex ministro Brunetta, di cui era consulente (Lapresse)

ROMA – “Se a 28 anni non ti sei laureato sei uno sfigato” ha sostenuto il giovane vice-ministro  del Welfare Michel Martone, alla “Giornata sull’apprendistato” organizzata dalla Regione Lazio. “Se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo. Essere secchione è bello, almeno hai fatto qualcosa” ha proseguito Martone. Da una parte la stilettata provocatoria contro i soggiorni prolungati all’università, dall’altra un incoraggiamento a chi comunque si impegna e non se ne sta con le mani in mano. Quelli insomma che fanno di tutto pur di non trovarsi nella generazione “Neet” (Not in Education, Employment or Training), tra gli scoraggiati che non studiano e non lavorano.

La giornata dedicata all’apprendistato, forse, non era la più indicata. Le reazioni, prevedibili, non si sono fatte attendere. “E’ opportuno far notare al ministro che non tutti coloro che si iscrivono alle università sono figli di papà” – replica di Pietro De Leo, responsabile dell’associazione Gioventù e Libertà – Anzi, l’ultima indagine eurostudent dimostra che in un periodo di crisi economica come quello attuale sono sempre di più quegli studenti che non possono permettersi il percorso formativo se non affiancandolo ad un lavoro, perchè l’eccessivo aggravio di tasse e spese non può più essere sostenuto dalla sola famiglia. Quindi, se un giovane si laurea in ritardo non è certo uno sfigato, anzi: proprio dalla sua condizione bisognerebbe ripartire per ripensare un sistema che negli anni ha concepito molti delusi e troppi privilegiati”.

Chi ha ragione? Certo, la crisi morde di più chi meno ha, è un fatto e la fatica del doppio impegno andrebbe riconosciuta. Non è altrettanto certo che tutti i parcheggiati di lungo corso siano altrettanti sottoproletari o indigenti. La tentazione di risolvere le questioni con battute o freddure è rivedibile, specie da parte di un rappresentante del governo, in una congiuntura del genere poi. Il giovane Michel Martone è sicuramente agli antipodi dei suoi coetanei perdigiorno. A 37 anni è già vice ministro, è stato consigliere giuridico del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta.

Il suo è un curriculum da urlo e anche lui ne è abbastanza compiaciuto, come si diffonde a rivelare nel suo aggiornatissimo blog. “Da venti anni mi appassiono di politica, da quindici studio il diritto e da cinque sono professore ordinario di Diritto del Lavoro; il mio habitat è l’Università, dove ho incontrato Maestri, colleghi e studenti; sono un grafomane che sfoga le proprie inquietudini scrivendo sui giornali, da Il Riformista a Il Sole 24 ore, e sulle riviste, da Zero a Formiche e Aspenia; mi interesso di musica, da Jimy Hendrix a Kenny Arkana, cinema, da Elio Petri a Sophia Coppola, e libri, da Il Rosso e il nero a Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond…” eccetera eccetera.

Bene, bravo, bis. Però, anche il perfettamente bilingue nato a Nizza e residente a Roma, ha le sue bucce di banana. Come quando accettò un incarico di consulenza da 40 mila euro dal ministro Brunetta per la digitalizzazione della PA dei paesi terzi. Mentre accettava, il padre, Antonio Martone, ex avvocato generale della Cassazione, veniva scelto dal ministro Brunetta per la presidenza del Civit (Commissione per l’integrità, la valutazione, la trasparenza delle amministrazioni pubbliche). Pietro Ichino, giuslavorista “rivale” prese carta e penna per un’interrogazione parlamentare. Martone scrisse a Ichino dicendo “Non ho pensato di rinunciare all’incarico dopo la nomina di mio padre perché francamente non ne vedevo, e non ne vedo, la ragione”.

Forse l’enfant prodige, tra le tante attività e studi svolti, avrebbe potuto approfondire l’istituto del conflitto di interessi. Scriveva Ivan Scalfarotto sul suo blog: “Il punto non è tanto il costo, nemmeno troppo esoso (ma Ichino pensa il contrario, ndr): il punto è che mentre il padre doveva valutare la pubblica amministrazione, il figlio riceveva una consulenza dal ministro che doveva essere valutato”. E’ chiaro no, lo capisce anche un ventottenne anche se la sfiga non aiuta. Il padre Antonio, per la cronaca, è andato in pensione. Il CSM ne ha deciso il collocamento a riposo, su sua richiesta, dopo che il suo nome era emerso nell’inchiesta romana sugli appalti sull’eolico e la loggia P3. Essere figli di papà, sarà mai da sfigati?