Equità, rigore, crescita… Monti: la pagella alla manovra va dal 4 al 7

di Antonio Sansonetti
Pubblicato il 5 Dicembre 2011 14:16 | Ultimo aggiornamento: 5 Dicembre 2011 20:26
Mario Monti

Mario Monti (Lapresse)

ROMA – Per la manovra del governo Monti, varata in un consiglio dei ministri domenicale, questo lunedì è giorno di pagelle: quelle dei mercati dal brusco calo dello spread e dal rialzo della borsa di Milano, sembrano buone; quelle degli editorialisti dei maggiori quotidiani italiani un po’ meno.

Diamo un voto complessivo sul primo vero atto (qui il testo integrale) di Mario Monti premier dividendo il giudizio ai “professori” e alle loro misure in quattro “materie”: rigore, equità, crescita e tagli alla politica. Racconteremo il voto con le parole degli editoriali di Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 Ore, Il Giornale.

Rigore.
È la materia in cui Monti è andato meglio. Nessuno gli contesta di aver lesinato mazzate o di aver cercato di indorare la pillola. Per Massimo Giannini di Repubblica questa manovra è “un’operazione chirurgica di tasse e di tagli senza anestesia, sul corpo vivo della società italiana. Farà piangere alcuni milioni di persone”. Secondo Dario Di Vico del Corriere della Sera “il completamento della riforma previdenziale e la riduzione dei costi delle Province, solo per limitarsi a due esempi, sono sicuramente provvedimenti che vanno nella direzione giusta e che rispondono a esigenze complementari”. Roberto Napoletano del Sole 24 Ore: “Come plasticamente dimostrano le reazioni di tutti i sindacati la riforma previdenziale contenuta nella manovra è solida e molto seria […] Tutto avviene per decreto. Non è poco, anzi. Pesanti (anche) i tagli agli enti locali e questo può aiutare a recuperare le virtù smarrite da tempo, in molti casi, nella spesa pubblica locale”.
Voto sul rigore: 7

Equità.
Su questa materia il “candidato” Monti si è dimostrato meno brillante. Pesano le parole della Cei, i vescovi italiani: “Poteva essere più equo”. Si attendevano misure che dovevano far piangere tutti ma l’impressione è che quelli che finora hanno pagato meno non siano toccati così tanto mentre i “soliti noti” continuino, come al solito, ad essere tartassati. Sul Giornale Alessandro Sallusti ha buon gioco a scrivere “dicono che siamo di fronte a una manovra equa. Sarà, a noi sembra più una manovra Equitalia, cioè da esattore delle tasse. Tasse sulla casa, sui consumi, sui beni finanziari, sulle barche, sulle auto di lusso e altro ancora (vietate spese in contante sopra i mille euro). Ma guai a chiamarla patrimoniale”.

Di Vico: “L’aumento della tassazione che colpisce duramente la casa e riesuma qua e là un vecchio armamentario di imposte e balzelli […] Certo è che rimarrà nel ceto medio italiano la sensazione di essere considerato dai governi di turno – politici o tecnici che siano – come una sorta di bancomat, un portatore sano di liquidità che può essere drenata con facilità”.

Giannini: “È deludente che un governo tecnico non sia stato in grado di varare un’imposta sulle grandi fortune sul modello francese, e non abbia nemmeno tentato di riequilibrare l’imposizione sulle rendite finanziarie (ferma al 20%) rispetto a quella sul lavoro (ormai a quota 36%)[…] si poteva osare di più, e non limitarsi a reintrodurre la tracciabilità del contante solo dai 1.000 euro, dopo aver annunciato alle Camere l’intenzione di “chiedere di più a chi ha di più” e la volontà di “colpire l’evasione fiscale” per impiegare il maggior gettito per abbattere le imposte sui lavoratori e sulle imprese. Ma in compenso, grazie alle pressioni del Pd, uno sforzo di giustizia sociale è stato fatto grazie alla tassa una tantum dell’1,5% sui capitali rientrati con l’ultimo scudo fiscale di Tremonti. E sulla stessa linea si iscrivono l’estensione dell’imposta di bollo su diverse operazioni finanziarie (e non più solo sui conti correnti bancari), la tassa di stazionamento aggravata sugli yacht e i rincari del bollo sulle auto di lusso. Misure che incidono effettivamente sulle categorie più benestanti, risparmiate in tutti questi anni dai sacrifici”. Napoletano: “Chi ha di più (deve dare di più, vero presidente Monti?) e non ha dato mai niente ed è bene che cominci, con le buone o con le cattive, a dare molto”.
Voto sull’equità: 6

Crescita.
“Bisogna riprendere il cammino della crescita” aveva detto Monti il 13 novembre nel suo discorso di insediamento. Ma la sua manovra risulta deludente proprio nell’impulso all’economia. Il titolo dell’editoriale di Giannini è proprio “Molte tasse poca crescita” e pesanti sono gli affondi dalle colonne di un giornale finora di Monti molto “tifoso”: “Non serviva una squadra d’élite per mettere insieme un pacchetto di misure che comprendono la solita infornata di imposte per i contribuenti e la solita carestia di risorse per gli enti locali […] si sarebbe potuto e si potrebbe affondare la lama molto più in profondità. La stessa cosa si può dire per il pacchetto di misure sulla crescita presentate dal ministro Passera. Le liberalizzazioni si limitano ai farmaci di fascia C nelle parafarmacie, e con una serie dettagliata di vincoli. Il credito d’imposta per la ricerca è troppo basso. La deduzione Irap sui costi del lavoro, a vantaggio delle imprese, è solo un primo passo, ancora troppo timido”.

Daniele Manca sul Corriere della Sera scrive un’analisi dal significativo titolo “L’occupazione può attendere”. “Di buono ci sono le intenzioni. Far capire al Paese che, stando agli impegni presi dal governo, si vuole creare un ambiente favorevole al lavoro, alle aziende e all’economia. Ma di per sé le intenzioni non creano occupazione e crescita. E anche i provvedimenti presi con il decreto approvato ieri dal Consiglio dei ministri sono di quadro. I loro effetti, se e quando ci saranno, sono rimandati al futuro. Alcune scelte non sono nemmeno contenute nelle decisioni prese, rinviate anche queste a prossime delibere. Nel caso specifico, quelle misure relative alla riforma dei contratti di lavoro decisive per lo sviluppo”.
Voto sulla crescita: 5

Costi della politica.
Su questa materia il “professore” Monti ha dato veramente scarsa prova di sé. Sempre nel suo discorso iniziale Monti aveva subito parlato di “privilegi da togliere”. Ma, forse temendo di perdere gli appoggi in Parlamento, Monti non ha colpito se non superficialmente gli sprechi della classe politica. Non gli fa sconti Sergio Rizzo sul Corriere della Sera: “La misura più forte sembra essere […] la norma che trasferisce ai Comuni le funzioni delle Province, le cui strutture politiche vengono ridimensionate in modo consistente. In questo modo quegli enti vengono svuotati, rendendo forse inevitabile la loro futura abolizione che si può fare solo con legge costituzionale. […] Per il resto […] la cancellazione di qualche ente […] il dimagrimento del Cnel, il taglio delle poltrone delle authority… Ma niente, Province a parte, che entri nella carne viva dei partiti”.
Voto sui costi della politica: 4