Napolitano al polacco Michnik: “Lo stalinismo? Una prigione per il Pci”

Pubblicato il 9 Giugno 2012 9:49 | Ultimo aggiornamento: 9 Giugno 2012 9:51

Giorgio Napolitano (Foto Lapresse)

ROMA – Lo stalinismo, il mito dell’Unione sovietica, furono una gabbia per il Partito comunista italiano. L’Urss? Una semplice dittatura, in Italia fu chiaro già dagli anni Settanta. E’ tutta concentrata sul passato l’intervista di Adam Michnik, giornalista polacco direttore della Gazeta Wyborcza ed ex dissidente durante il regime comunista, al presidente Giorgio Napolitano, pubblicata da Repubblica.

Napolitano, ritornando agli anni del Pci, parla di errori: “Intendo il periodo in cui ero membro attivo di un Partito Comunista che non era un partito stalinista come molti altri in quanto aveva una fondamentale matrice antifascista e democratica e comprendeva forti componenti liberali, ma era pur sempre nato nel solco dell’Internazionale Comunista, e quindi portava nel suo Dna il mito dell’Unione Sovietica e il legame col movimento comunista mondiale. Questi elementi originari, a un dato momento, sono diventati una prigione dalla quale il Pci doveva liberarsi”.

Che tipo di uomo era Berlinguer? “Di carattere era molto discreto, riservato e severo, tratti comuni e tipici del temperamento sardo. Era una persona molto seria che faceva politica in maniera molto rigorosa. Era arrivato fin sull’orlo della rottura con il Pcus, ma lì si fermò. Penso che temesse che il Pci, un grande partito di massa e popolare, se avesse in qualche modo rinnegato la propria origine, si sarebbe diviso e disgregato. A mio avviso, il grande equivoco fu quello del carattere rivoluzionario del partito. Secondo questa visione mitica, il partito non poteva rinunciare all’idea di un’altra società, di un altro sistema. Berlinguer, che pure era profondamente legato a tutte le conquiste democratiche e che dimostrò di difenderle tenacemente quando esse, in Italia, erano in pericolo, riteneva che il Pci dovesse essere portatore di una idea (o di una utopia) di un diverso sistema economico e sociale, di un socialismo radicalmente alternativo al capitalismo”.

Quando si è consolidata la convinzione che il modello sovietico era semplicemente una dittatura? “Berlinguer ne appariva consapevole già negli anni ’70. Ma questa convinzione coesisteva in qualche modo con la fiducia nell’utopia di cui ho detto, e in palese contrasto con essa. Berlinguer manifestò un grandissimo coraggio, quando nel 1977 andò al congresso del Pcus a Mosca per dire (è una sua frase famosa) che ‘la democrazia è un valore universale’. L’affermazione fu un colpo fortissimo all’edificio ideologico, propagandistico, creato intorno all’Urss. Ma Berlinguer esitò a trarne tutte le conseguenze”.

Quello fu in Italia tempo di assassinii politici, di attentati – gli anni di piombo (termine usato in italiano e in polacco). Da dove derivava questo piombo? “Ogni anno si svolge in Italia una giornata di commemorazione delle vittime del terrorismo, sulla base di una legge adottata dal Parlamento, e ho voluto sempre celebrarla in Quirinale. Negli anni di piombo confluirono due componenti molto diverse. Da un lato gruppi di estrema destra, neofascista, con appoggi nell’apparato dello Stato, diventati attivi dopo il 1968, dopo la grande ondata dei movimenti sindacali che avevano ottenuto rilevanti conquiste sociali, e nello stesso tempo, di fronte al pericolo che il Pci diventasse sempre più forte e giungesse al governo. Con la cosiddetta “strategia della tensione”, queste forze eversive compirono terribili attentati per destabilizzare il Paese, bloccare i sindacati e il partito comunista. Per anni si protrassero indagini e processi il cui obbiettivo era scoprire e punire i colpevoli, ma spesso senza risultati concreti (condanna dei responsabili). Però è risultato chiaro – dagli stessi processi – che erano i gruppi neofascisti, che godevano di sostegno nei servizi segreti e nell’apparato dello Stato, gli attori di quella strategia eversiva. La seconda componente fu l’estremismo di sinistra”.

 

Le Brigate Rosse? “Ancor prima delle Br, hanno operato gruppi politici come Potere Operaio, che respingevano ogni compromesso, e giudicavano che nessuna conquista operaia fosse soddisfacente. Finirono per porsi obbiettivi di violenza rivoluzionaria. Ad un certo momento i gruppi neofascisti erano stati bloccati e non poterono più esercitare la pressione di cui ho parlato (anche se nel 1980 ci fu l’attacco terroristico di Bologna, di matrice ancora neofascista). Divennero molto più pericolose, durante tutti gli anni ’70, le formazioni terroristiche dell’estrema sinistra, e tra queste crebbero grandemente le Brigate Rosse”.

Quale sarà il futuro dell’Unione Europea? “Non c’è alternativa all’unità. Mi è rimasta in mente l’opinione espressa un mese fa da Angela Merkel durante l’incontro con il nostro premier Mario Monti e con me: dobbiamo capire che gli europei costituiscono appena il 7% della popolazione mondiale; o riusciamo ad operare uniti o diventiamo irrilevanti”.

L’ultima domanda: che cos’è il berlusconismo? “Con le definizioni e le categorie bisogna andarci sempre molto cauti. Si è parlato di berlusconismo come di un certo modo di fare politica e conquistare l’elettorato. Sia nella storia che nella politica vi sono cicli che si sviluppano e poi si esauriscono. Berlusconi ha compreso che non poteva continuare a reggere il governo: si è reso conto della crisi, dell’impossibilità di continuare come prima, e si è collocato in una posizione molto più distaccata”.