“No a Sallusti in galera”: perché i partiti non cambiarono la legge “vendetta”?

Pubblicato il 24 settembre 2012 12:19 | Ultimo aggiornamento: 24 settembre 2012 12:27
feltri sallusti

Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti

ROMA – “No a Sallusti in galera”: il coro è unanime, da Travaglio sul Fatto a Battista sul Corriere e Valentini su Repubblica sostengono la campagna lanciata dal collega Feltri. I partiti anche sono tutti indignati, Veltroni e Alfano parlano la stessa lingua, l’Italia non merita una legge illiberale indegna di un paese moderno, “L’Italia non è una dittatura”. Anche l’Ordine dei Giornalisti, istituto corporativo nato con Mussolini, sconosciuto nelle democrazie liberali, denuncia “il caso assurdo unico al mondo : il ministro Severino faccia qualcosa”. C’è chi si è rivolto direttamente al presidente della Repubblica, il quale sta “attentamente” studiando il dossier. Altri (Rotondi) chiede a Monti e al governo di intervenire d’urgenza con l’arma del decreto. Altri ancora (Lara Comi) bussano all’Europa investendo le sue istituzioni per scongiurare l’assurda possibilità che mercoledì la Cassazione confermi la sentenza di arresto per Sallusti.

Giusto, sacrosanto, prima di lutto tutelare la libertà di stampa e opinione: bisogna sottrarre al codice penale le norme sulla diffamazione a mezzo stampa, è sufficiente quello civile, più in là di misure come le multe, i risarcimenti o lo stop di qualche mese al direttore è barbarie, è giustizia forcaiola. Specie se a comminare la galera è un giudice che difende un altro giudice. Però, e forse è proprio questa improvvisa unanimità di giudizio, questa indignazione trasversale ad acuire il sospetto, nasconde una verità elementare: perché quelle ignobili leggi non sono state modificate, cassate, aggiornate al livello della coscienza democratica attuale?

Cosa fa il Parlamento, perché non legifera nemmeno quando, a parole, sono tutti d’accordo? In aula ci sono due ipotesi in sospeso, relativamente recenti. La prima, presentata dai deputati Costa e Pecorella del Pdl è del 2008: proposta di legge articolata che vuole modificare in senso più garantista la legge sulla stampa, il codice penale e quello di procedura penale. La seconda, del 2011, presentata dal dputato Pd Genovese che prevede di commutare in una multa la sanzione detentiva nei confronti del direttore di una testata giornalistica.

Ora è inutile scavare tra le macerie di un Parlamento paralizzato alla ricerca dei motivi che gli hanno impedito fino al 2008 di porsi un problema che, abbiamo visto, ci consegna all’immaturità legislativa, all’anacronismo di normative di altre epoche, alla barbarie. A parole tutti vogliono depenalizzare la diffamazione: le proposte però sono ferme al palo tra risse e ostruzionismi.  Nel 2010 la proposta Pecorella si arenò perché, scrive il più che coinvolto Il Giornale, il Pd si mise di traverso incrociando la legge il caso intercettazioni e l’obbligo di rettifica dei siti internet. Intercettazioni, decreto corruzione, obbligo di rettifica, responsabilità dei direttori delle testate online: un calderone indistinguibile dove affogano anche i provvedimenti più logici e condivisi. Dispiace dover ricorrere ai luoghi comuni ma, specie per i partiti e per i giornali che li sostengono a prescindere, vale il detto: chi è causa del suo mal pianga se stesso.