Nucleare, obiettivo 2013. I tanti ostacoli sulla via delle centrali italiane

Pubblicato il 27 Aprile 2010 11:06 | Ultimo aggiornamento: 27 Aprile 2010 11:26

Cantieri aperti entro il 2013 per il nucleare italiano. Questa la promessa emersa dall’accordo siglato ieri tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il premier russo Putin. Da quel momento passeranno circa cinque anni.  L’avvio della produzione vera e propria, dunque, sarebbe prevista per il 2018. Si tratta però di un obiettivo concreto o di un traguardo impossibile? Il premier garantisce che l’opinione pubblica, adeguatamente foraggiata di informazioni, spot tv e quanto di meglio offra l’industria della persuasione, verrà sicuramente convinta.

Ma la strada appare irta di ostacoli ed è sempre più folta la schiera dei contrari:  «Il nucleare nessuno lo vuole» erano state le parole di Renata Polverini, neogovernatore del Lazio, secondo quanto riportato sulle pagine del Corriere della Sera. «Non lo voglio io e non lo vuole Roberto Formigoni», aveva precisato. Concorde il presidente del Veneto, Luca Zaia, secondo il quale la sua Regione «è autosufficiente». Autosufficiente, come presto sarà anche, dice Formigoni, la Lombardia. Mentre il governatore della Campania, Stefano Caldoro, sostiene che la sua Regione non è adatta a ospitare impianti atomici causa rischio sismico: stessa motivazione dal suo collega calabrese Giuseppe Scopelliti.

Contrari i governatori del centrosinistra, dalla Liguria all’Emilia-Romagna. Per quanto riguarda invece i presidenti della Puglia Nichi Vendola e della Sardegna Ugo Cappellacci ci ha pensato Berlusconi in una intervista pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno il 24 marzo 2010, quattro giorni prima delle Regionali a dichiarare che «La Puglia non ha bisogno di una centrale nucleare perché è già energeticamente autosufficiente».

Un obiettivo quantomeno difficile, quindi, se nessuno vuole centrali nel proprio territorio, a parte forse il presidente del Piemonte Roberto Cota che ha dichiarato: «Meglio una nuova centrale in Piemonte che una vecchia nella vicina Francia», e lo stesso Berlusconi, che ha più volte rassicurato tutti sul fatto che l’energia atomica non arriverà mai.

Le resistenze politiche più complicate da superare, paradossalmente, vengono proprio dallo schieramento del premier. Nel centrosinistra, infatti, si prepara perfino un fronte più possibilista, viste le posizioni assunte dall’oncologo Umberto Veronesi, senatore democratico per il quale «attualmente il nucleare si presenta come una fonte di energia pulita, con rischi pressoché azzerati». Sarebbe in preparazione una lettera di alcuni parlamentari del centrosinistra indirizzata al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, nella quale si chiederebbe ai vertici del partito un atteggiamento meno rigido rispetto a quello tenuto finora verso il nucleare.

Agli ostacoli politici si aggiungono poi i problemi tecnici. Primo fra tutti la scelta dei siti: molte delle aree indicate come adatte nella mappa del 1979 sono state riempite di costruzioni. La situazione dei corsi d’acqua, la cui presenza è essenziale per quegli impianti, è in alcuni casi diversa rispetto a quella di trent’anni fa.

Tra i possibili siti, ci sono Montalto di Castro, nella Maremma laziale, da dove partì negli anni Settanta la contestazione al nucleare, il delta del Po, ma anche la Sardegna. Secondo alcuni si potrebbe rimettere addirittura in funzione la centrale di Caorso. E’ questa l’unica possibilità per Berlusconi di far ripartire il nucleare italiano entro tre anni, come promesso, ma riutilizzare una vecchia centrale non sarebbe forse in linea con l’ipotesi di costruzione di impianti di terza generazione.

I tempi, poi, sarebbero più che ristretti: tre anni sarebbero appena sufficienti per avere tutte le autorizzazioni. Agenzia per la sicurezza nucleare, permettendo. Senza quell’organismo non si può fare nulla, eppure questo organismo ancora non esiste. Doveva essere operativo già da qualche mese ma di certo non hanno aiutato i veti sui tanti nomi fatti per occupare i posti di maggiore rilievo. Veronesi ha declinato l’offerta di nomina a presidente, e neanche la possibilità di mettere al vertice l’ingegnere nucleare Maurizio Cumo, è ancora andata in porto. Incerti, inoltre, anche gli altri nomi di cui sarà composta la squadra, formata in totale da cinque persone.

Secondo alcuni al momento ci sarebbero 46 aspiranti. La strada è lunga. Il nucleare, forse, dovrà attendere ancora.