Paghiamo sempre più tasse, al ministero dei Lavori pubblici le rubano

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 Marzo 2015 10:24 | Ultimo aggiornamento: 17 Marzo 2015 10:24
Paghiamo sempre più tasse, al ministero dei Lavori pubblici le rubano

Ercole Incalza (foto Ansa)

FIRENZE – Le citazioni dalle carte dell’inchiesta di Firenze sulla corruzione al ministero dei Lavori pubblici che si leggono sul Messaggero di Roma danno i brividi, specie se si pensa che sono tutti soldi nostri, dati allo Stato dei ladroni con il Fisco più efferato del mondo:

“Il «modus operandi criminale» delle persone arrestate nell’inchiesta «Sistema» della procura di Firenze e del Ros è fondato, sottolineano gli investigatori, sui «reciproci rapporti di interesse illecito» tra gli indagati, tutti accusati di concorso in tentata corruzione per induzione, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e altri reati contro la Pubblica amministrazione.

In particolare, secondo l’accusa, le società consortili aggiudicatarie degli appalti delle Grandi Opere sarebbero state indotte da Ercole Incalza – capo della struttura di missione presso il ministero delle Infrastrutture, competente sulle Grandi opere – a conferire all’imprenditore Stefano Perotti, o a professionisti e società a lui riconducibili, incarichi di progettazione e direzione di lavori «garantendo di fatto il superamento degli ostacoli burocratico-amministrativi»; Perotti, quale contropartita, avrebbe assicurato l’affidamento di incarichi di consulenza o tecnici a soggetti indicati dallo stesso Incalza (peraltro destinatario anch’egli di incarichi «lautamente retribuiti» conferiti dalla Green Field System srl, una società affidataria di direzioni lavori).

Ad uno degli altri indagati, Francesco Cavallo, sempre secondo l’accusa, veniva riconosciuto da parte di Perotti, tramite società a lui riferibili, una retribuzione mensile di circa 7.000 euro «come compenso per la sua illecita mediazione». A Perotti, responsabile della società Ingegneria Spm e ritenuto dagli inquirenti «figura centrale dell’indagine», sono stati affidati da diverse società incarichi di direzione lavori per la realizzazione di numerose «Grandi Opere», ferroviarie e autostradali. Tra queste figurano la linea ferroviaria A/V Milano-Verona (tratta Brescia – Verona); il Nodo TAV di Firenze per il sotto attraversamento della città; la tratta ferroviaria A/V Firenze Bologna; la tratta ferroviaria A/V Genova-Milano Terzo Valico di Giovi; l’autostrada Civitavecchia-Orte-Mestre; l’autostrada Reggiolo Rolo-Ferrara; l’Autostrada Eas Ejdyer-Emssad in Libia. Dall’indagine è emerso anche come Perotti abbia influito illecitamente, secondo l’accusa, sulla aggiudicazione dei lavori di realizzazione del cosiddetto Palazzo Italia Expo 2015; di realizzazione del nuovo terminal del porto di Olbia, di molatura delle rotaie da parte dalla società Ferrovie del Sud Est e sempre di molatura delle rotaie in favore della società Speno International a lui riconducibile. In particolare l’inchiesta ha documentato le relazioni instaurate da Perotti con funzionari delle stazioni appaltanti interessate alle opere in questione, «indotti – affermano gli investigatori – ad inserire specifiche clausole nei bandi finalizzate a determinarne l’aggiudicazione». Sempre Perotti ha ottenuto anche, in favore di società a lui riconducibili, l’incarico di direttore dei lavori di un appalto Anas relativo a un macro lotto dell’autostrada A3 Salerno Reggio Calabria e il conferimento dell’incarico di progettazione del nuovo centro direzionale Eni di San Donato Milanese”.

Il legame tra l’ex direttore e ora consulente molto speciale Ercole Incalza e il ministro Maurizio Lupi era talmente stretto, scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, che
“il 2 luglio scorso, quando ha dovuto rispondere alle interrogazioni parlamentari, il ministro Maurizio Lupi si è fatto scrivere il discorso dal difensore di Ercole Incalza, l’avvocato Titta Madia. E pur di difendere il ruolo di quel manager ormai in pensione, ha minacciato addirittura di far cadere il Governo“.

Ercole Incalza, scrive Guido Ruotolo su La Stampa, dalle lettura delle carte,
“appare un gigante anche nei confronti della politica. È lui che indica al ministro Lupi, per esempio, gli amici da promuovere (in una telefonata Lupi riconosce a Incalza: «Dopo la tua sponsorizzazione abbiamo fatto vice nostri alle Infrastrutture Riccardo Nencini»).
E quando il suo destino sembra segnato allora tutti gli amici scendono in campo. «Il suo avvocato – ipotizza il gip – scrive la risposta all’interrogazione parlamentare contro il dirigente del ministero delle Infrastrutture, che legge in Parlamento lo stesso ministro Lupi».

La vera verità è, scrive Fiorenza Saranini, che era

“Incalza il vero potente, capace di guidare le scelte di politici e imprenditori, di condizionare le scelte degli uomini di governo pronti a correre in suo soccorso quando era in pericolo la riconferma come dirigente della Struttura tecnica di missione, cabina di regia di tutte le grandi opere, dalla Tav all’Expo passando per la Metro C di Roma, quella di Milano e i grandi tratti autostradali, compresa la Salerno-Reggio Calabria”.

La prova dell’esistenza di una «rete» clientelare che dura da oltre dieci anni, scrive ancora Fiorenza Sarzanini basandosi sulle carte dell’inchiesta, è che Ercole Incalza conservava nel computer una lettera spedita nel 2004 a Silvio Berlusconi per chiarirgli i motivi della nomina a Provveditore di Angelo Balducci“.
Il “sistema” avrebbe permesso a Ercole Incalza
“di ottenere tangenti da centinaia di migliaia di euro, oltre all’assunzione di figli e parenti degli amici, primo fra tutti proprio il rampollo di Lupi, Luca, beneficiato con un incarico all’Eni da 2.000 euro al mese.

“Lupi è certamente uno dei maggiori sponsor e lo dimostra a fine dicembre quando si fa aspro lo scontro nel governo sulla gestione dei Lavori pubblici. Scrive il giudice nell’ordinanza di cattura: «La sera del 16 dicembre il ministro Lupi chiama l’ingegner Incalza e rivendica il merito di aver bloccato l’emendamento con la richiesta di trasferire la Struttura tecnica di missione alle dipendenze della presidenza del Consiglio dei ministri:

“L’altra cosa che mi dispiace e ne parlerò con la Ida domani, è questa roba per cui è evidente che… cioè ancora continuare a dire che nessuno ha difeso la Struttura tecnica di missione mi fa girare molto i c… eh! scusami, perché se non l’avessi detta io, se non fossi intervenuto io, lasciate stare il Pd che la vuole trasferire, non entrava nell’emendamento governativo questa cosa qui”.

Il ministro Lupi intende difendere a qualsiasi costo la Struttura fino a minacciare una crisi di governo: “Vado io guarda, siccome su questa cosa, te lo dico già. Però io non voglio, cioè vorrei che tu dicessi a chi lavora con te che sennò vanno a c…! Ho capito! Ma non possono dire altre robe! Su questa roba ci sarò io lì e ti garantisco che se viene abolita la Struttura non c’è più il governo! L’hai capito, l’hanno capito?!”»”.

Maurizio Lupi non è l’unico a difendere la struttura e soprattutto Incalza. L’inchiesta condotta dai pm di Firenze coordinati dal procuratore Giuseppe Creazzo svela i nomi degli altri. Il 19 febbraio 2014 Giovanni Gaspari, nipote del dc Remo, consigliere presso il ministero delle Infrastrutture, parla con il manager Giulio Burchi e commenta la conferma di Incalza.
Gaspari : «È veramente una cosa, una schifezza tale che non ne posso più, mi viene anche a me da vomitare. Si sono scatenati tutti alla difesa di Incalza oggi, sono passati da Alfano a Schifani, ai general contractor».
Burchi : «Beato Perotti che prende tutte le direzioni dei lavori d’Italia».
Gaspari : «Si, si, Perotti si prenderà tutto»”.

Riporta Guido Ruotolo sulla Stampa:

«Ercolino» e di «Perottubus», Ercole Incalza e Stefano Perotti, erano un’accoppiata vincente per fare soldi. Ma per imprenditori e manager una iattura che mal sopportavano. Era micidiale il sistema delle direzioni dei lavori inventata dai due:
«Perotti non faceva nulla, non si vedeva mai. Prendeva solo i soldi. La direzione dei lavori per il nodo alta velocità di Firenze era uno stipendificio».

Subivano in silenzio ma tra loro si lamentavano. Massimo Fiorini, uno degli imprenditori intercettati,

“si lamenta che con le varianti «hanno aumentato del 40% il valore dell’opera. Il 40% sono tutte opere accessorie». E quando la ruota non gira secondo i desiderata, Incalza minaccia sfracelli: «Nella trattativa le Ferrovie ci hanno portato l’onere della progettazione a 77 milioni… Questi due si vogliono fare tutto il progetto esecutivo… Non li voglio più vedere, quando arriva il progetto parlerò istituzionalmente…».

Commenta il giudice per le indagini preliminari: «L’espressione utilizzata è estremamente significativa. Va da sé che se non fosse emersa tale intenzione (farsi da soli il progetto esecutivo, ndr) il suo rapporto con loro non sarebbe stato istituzionale».

Tanto che il sistema inventato dai due era una macchina che produceva soldi, che il figlio del direttore dei lavori, Philippe Perotti, parlando con un amico, spiegava: «Devi riuscire a prendere una impresa seria che sappia fare bene i lavori e ti prendi dell’opera: il 30% te lo porti a casa».

Il sottosegretario (anche lui ex socialista) Umberto del Basso De Caro si ingegna per impedire che, alla fine del 2014, la struttura Tecnica di missione, quella gestita da Incalza, vada in soffitta o finisca alle dipendenze della Presidenza del consiglio. E fa presentare un emendamento da una deputata del partito democratico, Enza Bruno Bossio.

La struttura è salva. Ma il burocrate va in pensione. E sarà lui a indicare il nome del suo successore, Paolo Emilio Signorini“.
«Il 20 ottobre 2014 Incalza gli segnala che non è stato presentato un emendamento che riguarda la Struttura. Del Basso assicura che provvederà subito a far presentare l’emendamento dall’onorevole Enza Bruno Bossio. Un’ora dopo manda un sms e conferma l’avvenuto deposito». La norma in realtà viene bocciata ma la sua collaboratrice rassicura Incalza «perché sarà riproposto nella legge di Stabilità presentata direttamente dal governo avendo Del Basso già parlato con il ministro Lupi». Due giorni dopo Del Basso manda un sms a Incalza e «chiede aiuto perché un emendamento relativo a un’opera di suo interesse non è passato: “Mi affido, come sempre, al tuo senso di responsabilità e alla tua esperienza della quale ho assoluto bisogno per realizzare l’opera”».Ercole Incalza, prosegue Fiorenza Sarzanini, parla con i ministri e tratta con i sottosegretari. A leggere le intercettazioni si comprende che è in grado di orientare le loro scelte politiche. «Altro esempio dell’influenza che Ercole Incalza sembra avere sulle decisioni del ministro – scrive il giudice – si trae il 28 febbraio 2014 quando Maurizio Lupi ha telefonato al primo e lo ha informato che, in seguito alla “sponsorizzazione” di quest’ultimo, avevano nominato viceministro per le Infrastrutture il senatore Riccardo Nencini: “Dopo che tu hai dato, hai coperto, hai dato la sponsorizzazione per Nencini l’abbiamo fatto viceministro alle Infrastrutture”. Lupi invita quindi Incalza a parlargli per dirgli “che non rompa i c…!”. Nel corso di successive telefonate Incalza fa presente che al ministero per le Infrastrutture sono arrivati due sue compagni socialisti facendo riferimento a Nencini e Umberto Del Basso De Caro. Il suo amico commenta le nomine: “Complimenti, sempre più coperto”. Effettivamente Del Basso De Caro si spende molto per farlo riconfermare». E ottiene vantaggi”.