Paolo Becchi sul blog di Grillo: “Impeachment Napolitano, va fatto dimettere”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Ottobre 2013 11:26 | Ultimo aggiornamento: 11 Ottobre 2013 11:26

napolitano impeachmentROMA – Giorgio Napolitano va “costretto alle dimissioni”. Anche a costo di ricorrere all’impeachment, ovvero a quella che nel diritto anglossassone è una formale messa in stato di accusa.

L’attacco al capo dello Stato arriva dal blog di Beppe Grillo in un post firmato da Paolo Becchi. Secondo il professore vicino ai 5 stelle Napolitano “ha esercitato le sue prerogative al di là dei limiti previsti dalla Costituzione, ha snaturato il senso politico e morale della figura del Capo dello Stato”.

Becchi, nel post dal titolo ‘Impeachment a Napolitano?” spiega che l’obiettivo è  “costringere Napolitano alle dimissioni” e sconfiggere “le larghe intese”.

In Italia non è previsto l’impeachment e il presidente della Repubblica è tutelato dall’articolo 90 della Costituzione:

Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.

In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

Scrive Becchi:

“«Il precipitare della grave questione costituita dai comportamenti sempre più abnormi e inquietanti del Presidente della Repubblica non è che l’ ultimo anello della spirale involutiva che sta stringendo il Paese». Così scriveva nel 1991 Giorgio Napolitano, in occasione della richiesta di impeachment contro l’allora Presidente della Repubblica Cossiga. Certo Napolitano, prudentemente, storceva il naso di fronte alla messa in stato d’accusa: eppure non esitava a domandare le dimissioni del Capo dello Stato, notando come «si è totalmente smarrito il senso della misura al Quirinale» (G. Napolitano, Tutto quello che penso sul “caso Quirinale”, in «La Repubblica», 29 novembre 1991).

Chissà se Napolitano si ricorda ancora delle sue parole. Che ne è, oggi, del «senso della misura al Quirinale»? Le recenti dichiarazioni di Re Giorgio segnano un punto di non ritorno. La richiesta di amnistia e indulto è stata chiara: «un indulto di sufficiente ampiezza, ad esempio pari a tre anni di reclusione, e una amnistia avente ad oggetto fattispecie di non rilevante gravità». Nessuno mette in dubbio che la «condizione delle carceri» in questo Paese sia degradante, infamante. Né che un immediato intervento sulla «drammatica» situazione carceraria costituisca un imperativo giuridico e morale. Pure, è innegabile che l’effetto politico dei provvedimenti auspicati non sarebbe che uno: salvare il Caimano. Un conto, infatti, sono le retoriche e le ideologie (umanitarismo, diritti, condizione degli stranieri, etc.) che servono a giustificare la concessione di amnistia e indulto; un altro, sono le conseguenze politiche che da questi provvedimenti derivano. Ed è un fatto oggettivo che, in questo momento, tutto ciò servirebbe a far tornare sulla scena il Caimano.

Tutto questo il Capo dello Stato non lo sa? L’«imperativo» sarà pure giuridico o morale, ma il «condizionale» (che qui è d’obbligo) è certo politico.