Pd: 14 onorevoli pugliesi su 18 non versano quote al partito, buco di 720 mila €

Pubblicato il 6 Maggio 2014 16:34 | Ultimo aggiornamento: 6 Maggio 2014 16:39
Pd: 14 onorevoli pugliesi su 18 non versano quote al partito, buco di 720 mila €

Michele Emiliano, segretario del Pd pugliese (LaPresse)

ROMA – Il sottosegretario al Lavoro Teresa Bellanova, il sociologo Franco Cassano, la deputata Elisa Mariano: sono tre dei quattordici onorevoli eletti in Puglia nelle liste del Pd, ma che non hanno versato i contributi al partito, così come previsto da regolamento. Solo in quattro sono in regola: Anna Finocchiaro, Nicola Latorre, Michele Pelillo e Francesco Boccia.

In tre, Bellanova, Cassano e Mariano, non hanno versato neanche un euro, a partire dall’una tantum da 30 mila euro da tributare alle casse del Pd subito dopo l’elezione. Gli altri 11 onorevoli morosi si dividono fra chi salda un tanto al mese e chi non ha versato quasi nulla, o proprio nulla.

Quindi conti in rosso per il Pd pugliese: dei 540 mila euro che dovevano arrivare dai contributi dei parlamentari, sono stati versati solo 267 mila. Il partito è in credito per 273 mila euro. E poi ci sono i 447 mila euro non versati da consiglieri e assessori regionali dall’inizio della legislatura (2010, vittoria bis di Vendola). Anche alla Regione in regola sono una stretta minoranza: 4 su 19.

Spiega Lello Parise su Repubblica:

Eppure, come recita lo statuto, gli eletti hanno «il dovere di contribuire al finanziamento del partito»: 1.250 euro al mese poi ridotti a 700 per gli assessori, 1.000 euro dimagriti fino a 500 perché i consiglieri non finiscano nelle file dei debitori. Se rifiutano di mettere mano al portafoglio nell’epoca in cui i rimborsi pubblici sono una chimera, dovrebbero essere marchiati come incandidabili alle prossime elezioni. È almeno dall’estate dell’anno scorso che il Pd all’ombra di San Nicola scopre di avere i conti in rosso fisso. Tant’è che tra settembre e novembre erano state inviate lettere agli onorevoli e a un senatore, con lo scopo di «recuperare la morosità». Comprese quelle per il terzetto di evasori totali. Ma solo Cassano si sarebbe accordato per restituire «un po’ alla volta» 30mila euro. I numeri di un disastro annunciato finiscono a febbraio di quest’anno in un report trasmesso al tesoriere nazionale, Francesco Bonifazi: il buco ammonta a 720mila euro.

Il rischio è serio: i sei dipendenti ex Ds e ex Margherita potrebbero tutti finire in cassa integrazione o addirittura essere licenziati perché non ci sono più soldi per gli stipendi. La vicenda sarà risolta dopo le consultazioni europee e amministrative, così fanno sapere dal quartier generale di via Re David a Bari. Ma già bolle il fuoco della polemica. Nessuno esclude ingiunzioni di pagamento ai ritardatari perché, diversamente, sarebbe difficile fare quadrare entrate e uscite. Antonio Maniglio, vicepresidente del consiglio regionale, chiede «al segretario Emiliano di dare il via a un’operazione trasparenza». L’assessore della giunta Vendola, Guglielmo Minervini, uno dei virtuosi, scuote la testa: «Offro da nove anni il mio contributo economico al Pd. Sono più di un pirla».