Pd, un classico del repertorio: tutti contro il segretario

Pubblicato il 1 Aprile 2010 18:38 | Ultimo aggiornamento: 1 Aprile 2010 18:38

Il Partito democratico analizza la disfatta delle elezioni regionali e, in piena tradizione Pd, comincia il processo al segretario. Per ora nessuno nel partito si azzarda a chiedere la testa di Bersani ma qualcosa già si muove. Non è un caso che da quando è nato, quel lontano 14 ottobre 2007, il Pd ha già cambiato tre segretari. E dopo la disfatta alle regionali molti si stanno muovendo nel partito perché arrivi anche il quarto. Il solito copione: si perdono le elezioni, si mette il segretario sulla graticola e poi lo si cambia. Ennesima replica di un film già visto nel centrosinistra.

I più agguerriti sono i “franceschiniani”. Dario Franceschini dice che nessuno mette in discussione la leadership del Pd ma che serve un cambiamento di rotta. Parlando con i suoi lancia sfide a Bersani: «Va in giro a dire che ha preso un partito morto e che c’è l’inversione di tendenza, ma il suo risultato è un disastro».

Quarantanove senatori inviano una lettera a Bersani in cui chiedono un cambio di passo e dicono: «Il lavoro ordinario non basta più. I ritmi ortodossi sono troppo lenti. Le liturgie della casa stantie». Veltroni dice che la sconfitta alle regionali è «devastante per il Pd», e che ora bisogna «ricominciare a dare battaglia nel partito». Andrea Martella, veltroniano doc, afferma: «Questo Pd non funziona: andrebbe azzerato. Per ricominciare qualcosa di nuovo».

Alla fine ci pensa la figlia di Veltroni, Martina, a tradurre su Facebook per il volgo quello che il papà e alcuni compagni di partito magari pensano ma non dicono: «Vediamo se qualcuno si dimette, prima che mi venga la gastrite».

Bersani sgomita, si difende, tenta di sopravvivere nel partito. Spiega che, dati alla mano, se non c’è una vittoria non c’è nemmeno una sconfitta. Decide di scrivere ai circoli e dice: «Nel Partito democratico c’è spazio, come è nostro costume, per una discussione larga e libera sul dopo elezioni e sulle prospettive del nostro partito, ma non per dibattiti autoreferenziali che potrebbero allontanarci dal senso comune dei nostri concittadini». Una visione edulcorata della realtà che non convince la minoranza. E non solo.