Pd: i comunisti Ferrero e Diliberto nelle liste, anzi no. Dietrofront al veleno sul patto con Bersani

Pubblicato il 10 Settembre 2010 16:16 | Ultimo aggiornamento: 10 Settembre 2010 16:49

Pier Luigi Bersani e Walter Veltroni

Da soli non si vince, con la sinistra più o meno radicale si perdono i moderati, con il centro si perde la base, con Fini neanche a parlarne. Il Partito democratico continua a tormentarsi nel dilemma delle possibili (?) alleanze. Siano patti di governo o siano mere intese elettorali la sostanza non cambia: c’è sempre una delle mille e più anime del partito che storce il naso, lascia dichiarazioni di assoluta contrarietà, si appella a organi dirigenti superiori per impedire “patti scellerati”. Risultato: il Pd rischia di trovarsi solo e non, come volle Walter Veltroni, per consapevole scelta politica, quanto per paralisi indotta dalla tensione tra le parti.

E’ notizia di qualche giorno fa l’ipotesi di un accordo con un paio di “cespugli” rossi: quelli che fanno capo a Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero.

La regia dell’operazione, come normale in un partito con leadership, era il segretario Pier Luigi Bersani, uno che l’isolamento splendido e perdente di Veltroni non lo vuol neppure sentir nominare. Così il segretario va da uno dei suoi, Mauro Migliavacca, e gli chiede di trovare un’intesa con Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani.

Secondo l’accordo teorico Ferrero e Diliberto si “impegnano” a non votare nelle eventuali primarie “l’odiato” Vendola (non di sforzo immane sembra trattarsi, in verità) e in cambio finiscono insieme a un manipolo di compagni di partito direttamente nelle liste del Pd alla Camera ma non in un eventuale governo. Di Senato non se ne parla, la partita per Palazzo Madama, in caso di elezioni, è talmente equilibrata che, come il centrosinistra sa fin troppo bene, un senatore in più o in meno fa una differenza enorme.

Sembra un patto “light” eppure nel Pd si apre un dibattito dai toni aspri. Non volano bengala ma “l’isolazionista” Veltroni reagisce subito e scatena i suoi. “Un accordo simile mina la ragione fondativa del partito” spiega l’ex segretario. E gli fanno eco, con parole analoghe i suoi fedelissimi Marco Minniti, Giorgio Tonini e Walter Verini che subito invocano la convocazione di una Direzione nazionale.

Se i veltroniani si arrabbiano i popolari, guidati da Fioroni, lo stesso che aveva parlato di “calci dagli elettori” in caso di accordo con Fini non sono da meno.

La conclusione è un repentino dietrofront: piovono smentite sulla stampa a ritmi simili a quelli di Palazzo Chigi. Apre le danze proprio “l’ambasciatore” Migliavacca: “Smentisco categoricamente che vi siano stati accordi politici, confronti su candidature e voti con Ferrero e Diliberto. Sono informazioni destituite di ogni fondamento”. Gli fa eco Penati che dirige la segreteria politica di Bersani: “Smentisco categoricamente le notizie su un presunto accordo tra Bersani, Ferrero e Diliberto”.

Per non essere da meno, a questo punto, anche i due coinvolti nel patto fanno un passo indietro: “La notizia secondo cui il sottoscritto e Diliberto si candiderebbero all’interno delle liste del Pd è  falsa e destituita di ogni fondamento. Non ce lo ha mai proposto il Pd e noi non lo abbiamo mai proposto noi. E’ cosi’ assurda che nonostante la fantasia non difetti non e’ mai venuta in testa a nessuno”.

Bossi e Berlusconi, almeno, sulle elezioni hanno fatto un passo indietro. Visto il punto a cui è la crescita del nuovo Ulivo, il centrosinistra può tirare un sospiro di sollievo.