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Pd, rivolta contro Renzi: non vogliono andare a elezioni subito

Pd, rivolta contro Renzi: non vogliono andare a elezioni subito

Pd, rivolta contro Renzi: non vogliono andare a elezioni subito

ROMA – Pd, rivolta contro Renzi: non vogliono andare a elezioni subito. Il primo giorno di riposo dopo la sconfitta nel referendum e le dimissioni del premier, è il giorno in cui la maggioranza del Pd prova a rassicurare sulla sua compattezza al fianco del segretario. Formalmente solo i bersaniani si smarcano, chiedendo un governo “politico” fino al 2018 guidato da un altro esponente Pd. Ma sotto traccia tengono banco sospetti e veleni. Tanto che più di un renziano confida: al dunque, non sappiamo cosa faranno le correnti.

O, forse, lo sanno fin troppo bene: un patto di consultazione fra le varie minoranze contrarie alle elezioni subito, contrarissime a Renzi candidato premier. Per questo il cronista politico de La Stampa Fabio Martini può parlare di accerchiamento: una fronda che comprende i franceschiniani (un 20% che esprime anche i due capigruppo in Parlamento) e i “Giovani turchi” del ministro Orlando e del presidente Orfini (15%), finora stampelle del fronte renziano egemone, convergenti oggi nel cercare una interlocuzione con la minoranza che ha votato No al referendum (Bersani e D’Alema sarebbero tornati addirittura a parlarsi e guidano la ricucitura in funzione anti Renzi).

L’obiettivo palese e, diciamo così, istituzionale della fronda è quello di superare la crisi mantenendo un profilo di responsabilità che assegna al Pd il compito di guidare la legislatura nonostante il terremoto referendario. Non v’è tuttavia chi non scorga il reale obiettivo: evitare le elezioni anticipate e neutralizzare le ambizioni di Renzi, candidato naturale a correre da premier se l’operazione di allontanare il voto non riesce.

Per Renzi un occhio al partito e un occhio al Quirinale. Al termine della prima giornata di consultazioni, il presidente dimissionario ha preso atto che si sta aprendo la strada per un governo guidato da una delle personalità che lui stesso ha fatto trapelare 24 ore fa: il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan o quello degli Esteri Paolo Gentiloni. Due nomi che Renzi ha «calato» per verificarne l’«effetto» e anche per chiudere la strada alla candidatura di Dario Franceschini. Ma su Padoan, lo stesso Renzi ha molte riserve – troppo collegato a D’Alema, dicono a Palazzo Chigi – mentre su Gentiloni, che pure ha l’aplomb «giusto», si stanno annidando le perplessità della fronda interna, perché troppo vicino a Renzi. Ecco perché, nelle ultime ore sono risalite le quotazioni di Graziano Delrio, figura di possibile compromesso per un governo a tempo. Fino ad elezioni che avrebbero già una data: 4 giugno 2017. (Fabio Martini, La Stampa)

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