Dimissioni di Fini dalla Camera? Il costituzionalista Ainis: “La sfiducia è irricevibile, improprio il parallelo con Pertini”

Pubblicato il 30 luglio 2010 20:50 | Ultimo aggiornamento: 30 luglio 2010 21:09

Sandro Pertini

”Una mozione di sfiducia nei confronti di Fini sarebbe dichiarata irricevibile perchè non è prevista ne’ dal regolamento della Camera ne’ dalla Costituzione”. E’ questa l’opinione del costituzionalista Michele Ainis, secondo cui ”non ci sono strumenti per costringere il presidente della Camera ad andar via”. ”La Costituzione prevede la sfiducia, ma solo per il governo, e l’impeachment per il capo dello Stato, se commette reati; ma nient’altro- dice Ainis- E anche il caso di Pertini citato da Berlusconi, e’ diverso dall’attuale, visto che non si trattava di una mozione di sfiducia, ma di dimissioni volontarie”.

Proprio solo con dimissioni volontarie Fini potrebbe lasciare la sua carica: ”Chiunque puo’ dimettersi sempre da qualsiasi carica, anche se in Italia non succede quasi mai”. Se il presidente della Camera restera’ al suo posto, come ha detto di voler fare, secondo Ainis si aprira’ una stagione difficile: ”mi aspetto uno stillicidio quotidiano, critiche continue per delegittimarlo come interprete super partes”. ”Personalmente – aggiunge- trovo giusto che qualunque organo elettivo possa essere sfiduciato, dal preside di una facolta’ all’amministratore di un condominio. Mettendo una serie di garanzie, a cominciare da una maggioranza qualificata, ci deve essere uno strumento di controllo perche’ altrimenti l’elettore resta a mani nude”.

Il precedente delle dimissioni di Sandro Pertini da presidente della Camera, citato da Silvio Berlusconi nel suo messaggio ai promotori della liberta’, risale al luglio 1969. Pertini, eletto deputato per il Partito socialista unificato (il Psu, formato da socialisti e socialdemocratici), era stato poi eletto alla presidenza della Camera nella seduta inaugurale del 5 giugno 1968, al primo scrutinio, con 364 voti su 583 votanti; non c’erano altri candidati e chi non lo sostenne voto’ scheda bianca. Per lui avevano votato non solo i partiti della maggioranza di centrosinistra, ma anche altri, come i liberali di Malagodi. Nel luglio 1969, pero’, finiva l’esperienza dell’unificazione fra socialisti e socialdemocratici, che tornavano ad essere partiti separati.

Subito dopo, Pertini, con una lettera datata 7 luglio 1968, sottolineava come fosse cambiata ”la situazione parlamentare” rispetto a quando era stato eletto. ”Correttezza vuole – scriveva Pertini ai deputati – ch’io metta a vostra disposizione il mandato da voi affidatomi”. Sulla rimessione del mandato, nella stessa giornata, si apriva un dibattito in cui tutti chiesero a Pertini di restare al suo posto. Il primo a prendere la parola fu Giulio Andreotti, per la Dc, che esprimeva la convinzione che quanto accaduto non toccasse ”minimamente i rapporti tra la Camera e la persona del suo presidente”. Pietro Ingrao, per i comunisti, che non lo avevano votato come presidente, esprimeva ”pieno apprezzamento” per l’imparzialita’ di Pertini; Giovanni Malagodi, per i liberali, confermava il sostegno gia’ espresso con il voto favorevole all’elezione. Perfino il Movimento sociale espresse apprezzamento per la persona del presidente. Tutti concludevano per confermare il mandato, e Pertini riprendeva subito il suo posto.

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