Matrimoni gay, unioni civili? Il Pdl: “Non servono, sono contro la Costituzione”

Pubblicato il 10 agosto 2012 13:49 | Ultimo aggiornamento: 10 agosto 2012 15:41

ROMA – Matrimoni gay e unioni civili? Non servono, sono contro la Costituzione e la “tradizione culturale” italiana e soprattutto nessuno in Parlamento si imbarcherebbe in una battaglia sui diritti civili. Si può riassumere così il documento del Pdl scritto dopo la riunione fissata per decidere la posizione su matrimoni gay e unioni di fatto. Alla fine la quadra è stata trovata e la posizione del partito su questo tema può essere riassunto con un semplice “no”. Niente Pacs o similari, niente riconoscimento giuridico a copie di fatto e omosessuali. Posizione condivisibile o meno ma almeno condivisa all’interno del Pdl. Non si può dire altrettanto del Pd, quando licenz9iò un documento su questo stesso tema e subito si creò una scissione tra chi proponeva un riconoscimento più pieno e chi più velato.

Il Pdl, dopo la riunione, ha scritto un comunicato: “Non siamo disposti a svuotare l’istituzione del matrimonio, attribuendo a unioni affettive, anche omosessuali, un riconoscimento giuridico analogo a quello matrimoniale”. La posizione è stata sottoscritta da 173 parlamentari del Pdl (primi firmatari Eugenia Roccella, Raffaele Calabrò, Alfredo Mantovano, Maurizio Gasparri, Maurizio Sacconi e Gaetano Quagliariello), espressa in un documento sulle unioni civili e i matrimoni gay. Il documento definisce quindi il dibattito che si è sviluppato sul riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali ”confuso nelle argomentazioni e ideologico nei contenuti”. ”Neanche i documenti elaborati in materia dal Pd e dall’Udc, con il relativo seguito di polemiche – si sostiene – hanno chiarito a sufficienza i nodi reali della questione, le concrete opzioni in campo, i diversi orientamenti culturali che le ispirano”.

”Vogliamo una società ispirata a valori ben fondati nella nostra tradizione culturale e nella Carta costituzionale – sostengono i parlamentari del Pdl nel documento – e per questo ci opponiamo a qualsiasi tentativo di decostruzione della famiglia basata sul matrimonio, che resta il cuore della ”eccezione italiana”. ”L’introduzione del matrimonio omosessuale nel nostro ordinamento giuridico non è e non potrebbe essere una proposta reale e attuale da parte di nessun partito. Tale obiettivo, infatti, sarebbe impossibile da raggiungere se non attraverso una modifica della Costituzione: impresa nella quale nessuna forza politica può o vuole al momento cimentarsi”.

”Non basta dunque – scrivono – limitarsi a ribadire una ferma opposizione al matrimonio gay perché non necessariamente ciò equivale a esprimere una posizione di forte difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Tantomeno può essere rivendicato come un buon compromesso politico per giustificare alleanze in contraddizione con i propri principi. Ciò per la semplice ragione che il matrimonio fra persone dello stesso sesso, pur agitato come vessillo ideologico, non è effettivamente una opzione in campo e come tale discrimine sufficiente per connotare una posizione politica”. Quanto alle unioni civili secondo i parlamentari del Pdl sono un tema che interessa solo i gay in quanto la convivenza eterosessuale, si legge nel documento, ”nel nostro Paese molto spesso precede semplicemente il matrimonio, oppure è l risultato di una scelta ben precisa da parte di coppie che non intendono ufficializzare il proprio legame né assumere doveri sanciti per legge”.

”Ulteriori iniziative legislative volte a riconoscere nella dimensione civilistica o penalistica eventuali specifici diritti individuali in tutte le situazioni in cui questi non siano effettivamente garantiti – affermano i parlamentari del Pdl – incontrano e incontreranno la nostra condivisione e la nostra disponibilità. Si pensi, per esempio, a una rimodulazione dell’obbligo di rendere testimonianza in un giudizio, con la estensione della facoltà di astenersi dal deporre prevista per gli stretti familiari”. Nel documento si ricorda il caso del comune di Milano dove una ”battaglia culturale e politica si è concretizzata nella istituzione di registri anagrafici per i conviventi. Anche in questo caso, tuttavia, si tratta di iniziative di natura prettamente ideologica, di atti simbolici compiuti per creare consenso ma privi di valore giuridico e non rispondenti ad alcuna esigenza popolare”.

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