Pensiero politico di Matteo Renzi: uguaglianza non ugualitarismo, bipolarismo

Pubblicato il 23 febbraio 2014 11:13 | Ultimo aggiornamento: 23 febbraio 2014 11:13
Pensiero politico di Matteo Renzi: uguaglianza non ugualitarismo, bipolarismo

Matteo Renzi: l’alternativa destra sinistra è superata

Il pensiero politico di Matteo Renzi dovrebbe essere quello espresso in un “documento” pubblicato in prima pagina da Repubblica domenica 23. Il “documento” non dice nulla di concreto sui temi centrali della politica, tipo tasse e contratti, ma vola alto, sta sui principi e i massimi sistemi. Non potrebbe essere altrimenti, vista la complessità della situazione politica e l’articolazione della maggioranza che sostiene Matteo Renzi.

Come poi quei principi si riempiranno di fatti concreti, di leggi e regolamenti, decreti e commi, quella è l’incognita. Quanto poi tutti i bei discorsi sul superamento di destra e sinistra non scivolino nel peronismo, che è poi la spiaggia dove è arrivata la politica di Berlusconi.

È un documento alto, che vola alto e dice cose importanti.

Certamente opera di un “ghost writer” sembra scritto per compiacere Repubblica e il suo direttore e non urtare quei tanti comunisti che ancora sono nel Pd e lo votano.

Avendo dimostrato Matteo Renzi una notevole libertà da impegni, principi e parola data, non c’è da prendere molto sul serio quelle parole; tuttavia anche i bugiardi, quando sono distratti, dicono pezzi di verità e su questo principio il “documento”, interpretato e letto tra le righe e oltre il fumo della retorica, diventa interessante:

“Tiene ancora, dunque, lo schema basato sull’eguaglianza come stella polare a sinistra? In una società sempre più individualizzata, sotto la spinta anche delle nuove tecnologie, dei social network, delle reti che connettono ma anche atomizzano, creando e distruggendo comunità e identità? Come recuperare, dopo anni di diffidenza, anche tra i progressisti, idee come “merito” o “ambizione”?

“L’eguaglianza — non l’egualitarismo — resta la frontiera per i democratici, in un mondo interdipendente, dilaniato da disparità di diritti, reddito, cittadinanza”.

Parole pesanti, dirompenti. Sarà questo quello in cui crede davvero? E se ci crede, a quanti compromessi sarà disposto Matteo Renzi nel suo cinico realismo senza rinunciare troppo a quei principi?

Abbondano le espressioni da vecchio repertorio di speech writer, che nascondono il nulla di pensiero sotto gli incroci di parole contrastanti:

“Una frontiera, non un museo. Curiosità, non nostalgia. Coraggio, non paura”.

Tra Bill Clinton e Tony Blair, tra Ulrich Beck e Amartya Sen, che fa tanto provinciale e Veltroni e anche un po’ Totò intellettuale, compare anche Norberto Bobbio, magico impacchettatore del nulla trasformato in filosofia:

“A fare da sentinella, non per custodire e conservare, ma per richiamare alla sostanza delle cose, alla loro forza, il filosofo Norberto Bobbio — or sono venti anni esatti — pensò di tirare una linea, per segnalare dove la divisione tra destra e sinistra ancora teneva e tiene”.

Una dichiarazione di fede:

“Dal punto di vista del sistema politico, sono e rimango un convinto bipolarista. Credo che un modello bipartitico, all’americana per intenderci, sia un orizzonte auspicabile, sia pur nel rispetto della storia, delle culture, delle sensibilità e della pluralità che da sempre contraddistinguono il panorama italiano”.

Poi un piccolo capolavoro di linguaggio per spiazzare il volgo incolto:

“Riflettendo sulla teoria, sui principi fondamentali, non so se non sia più utile oggi declinare quella diade nei termini temporali di conservazione/ innovazione”.

“Maturo è il tempo per superare i suoi confini, modificati e resi frastagliati dal mondo globale, come insegnano Serve una narrazione temporale, dinamica, più ricca. Che non dimentichi radici e origini, sempre da mettere in questione, da problematizzare, ma che, soprattutto, faccia i conti con i tempi nuovi che ci troviamo a vivere, ad attraversare. Aperto/chiuso, dice oggi Blair. Avanti/ indietro, chissà, innovazione/conservazione.

E, perché no, movimento/stagnazione. Se la sinistra deve ancora interessarsi degli ultimi, perché è questo interesse specifico che la definisce idealmente come tale, oggi essa deve avere lo sguardo più lungo. Le sicurezze ideologiche del Novecento, elaborate sull’analisi di un mondo organizzato in maniera assai meno complessa di quello contemporaneo, rendevano più semplice il compito della rappresentanza delle istanze degli ultimi e degli esclusi, e del governo del loro desiderio di riscatto. A blocchi sociali definiti e compatti bisognava dare cittadinanza, affinché condizionassero le decisioni sul futuro delle comunità nazionali di cui erano parte.

Oggi quei blocchi sociali non esistono più ed è un bene che sia così! In fondo tutta la fatica quotidiana del lavoro della sinistra socialdemocratica, cara a Bobbio, era stato quello di scardinare quei blocchi. Allo scopo di offrire agli uomini e alle donne, che erano in quei blocchi costretti, l’opportunità di una vita materiale meno disagevole e di un’esistenza più ricca di esperienze.

Con l’invenzione del welfare quella sinistra aveva provveduto a sfamare le bocche e gli animi degli ultimi e degli esclusi, liberandoli dal bisogno materiale — libertà fondamentale anche per la sinistra liberaldemocratica americana di Franklin D. Roosevelt — e fornendo loro l’occasione di realizzare se stessi.

L’invenzione socialdemocratica del welfare aveva così conseguito due obiettivi storici. Da un lato, difatti, il welfare aveva soddisfatto la sacrosanta richiesta di maggiore giustizia sociale. Dall’altro, tuttavia, il miglioramento delle condizioni oggettive di vita degli ultimi aveva determinato un beneficio generale per tutte quelle comunità democratiche che non avevano avuto timore di rispondere “Sì!” alla loro domanda di cambiamento.

La sinistra cara a Bobbio, quella socialdemocratica e anticomunista, ha insomma vinto la sua partita. Ma oggi ne stiamo giocando un’altra. Quei blocchi sociali che prima rendevano tutto più semplice non ci sono più. Gli stessi confini nazionali che erano il perimetro entro cui si giocava la partita dell’innovazione del welfare sono ormai messi in discussione. Più che con blocchi sociologicamente definiti entro Stati nazionali storicamente determinati, oggi la nuova partita si svolge con attori e campi da gioco inediti. Quei blocchi sono stati sostituiti da dinamiche sociali irrequiete. I confini nazionali non delimitano più gli spazi entro i quali le nuove dinamiche giocano la loro partita.

Di fronte a questo potente mutamento di prospettiva sociale ed economica, culturale e politica, la sinistra deve mostrare di avere coraggio e non tradire se stessa. Deve accettare di vivere il costante movimento dei tempi presenti e accoglierlo come una benedizione e non come un intralcio.

È questo straordinario, irrefrenabile movimento che sfonda la vecchia bidimensionalità della diade destra/sinistra e le dà temporalità e nuova forza. E invece spesso, in Italia e in Europa, la sinistra ne ha paura. Sembra non rendersi conto che il nuovo mondo in cui tutti viviamo è anche il frutto del successo delle proprie politiche, dei cambiamenti occorsi nel Novecento grazie alla sua iniziativa. Perché l’innovazione, quando ha successo, produce un ambiente diverso da quello da cui si è mosso.

Un ambiente mutato che chiama al mutamento gli stessi che più hanno concorso a mutarlo. Cambiare se stessi è l’incarico più gravoso di tutti. Eppure non cambiare se stessi, in una realtà che si è contribuito a cambiare, condanna all’incapacità di distinguere i nuovi ultimi e i nuovi esclusi, e all’ignavia di non mettersi subito al loro servizio. Che è proprio quanto successo alla sinistra di tradizione socialdemocratica al cospetto delle sfide del secolo nuovo.

La sinistra è oggi chiamata a riconoscere e a conoscere il movimento continuo delle nuove dinamiche sociali, contro chi vorrebbe vanamente fare appello a blocchi che non esistono più e che è un bene non esistano più! In Italia, più che altrove, la capacità della politica di saper distinguere le dinamiche sociali che interessano gli ultimi e gli esclusi, di saperle intrecciare per dare loro rappresentanza e, infine, di saperne governare il costante movimento per costruire per loro, e per tutti, un paese migliore, è il compito del Partito democratico. È la missione storica della sinistra”.