Pensione anticipata: “Si prenderà anche il 30% in meno”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 Agosto 2015 17:19 | Ultimo aggiornamento: 30 Agosto 2015 17:25
Pensione anticipata, si prenderà anche il 30% in meno

(Foto d’archivio)

ROMA – A poco più di un mese da quanto il governo dovrà approvare la Legge di Stabilità, uno dei dossier più caldi sul tavolo di Palazzo Chigi è quello che riguarda le pensioni. Si punta su una maggiore flessibilità, per permettere un’uscita dal lavoro anticipata ma senza pesare sulle casse dello Stato. E quindi con un penalizzazioni economiche per i contribuenti. Penalizzazioni e tagli dell’assegno di previdenza che, scrive di Luca Cifoni sul Messaggero, potrebbero arrivare persino al 30%. 

Scrive Cifoni:

“Qualcuno spera che requisiti un po’ più elastici possano potare vantaggi anche sul piano dell’occupazione giovanile. Ieri è intervenuta nel dibattito Elsa Fornero, che da ministro del governo Monti ha legato il proprio nome alla drastica riforma del 2011. Secondo Fornero quel provvedimento fu adottato in una situazione di emergenza assoluta che oggi è «in parte superata». Per cui potrebbe essere ragionevole «recuperare un po’ di flessibilità».

Flessibilità vuol dire naturalmente permettere ai lavoratori di mettersi a riposo qualche anno prima rispetto agli attuali requisiti per la vecchiaia (66 anni e 3 mesi di età per gli uomini, 63 e 9 mesi per le donne del privato) accettando però un importo di pensione un po’ più basso. In campo ci sono alcune proposte. Una parlamentare elaborata nel 2013 da un altro ex ministro, Cesare Damiano, insieme all’attuale sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, prevede un taglio dell’assegno pari al 2 per cento per ogni anno di anticipo. Una soluzione che recentemente l’Inps ha giudicato troppo costosa per le casse dello Stato”.

Ma c’è anche un’altra ipotesi sul tavolo del governo: è il ricalcolo dell’intera pensione con il metodo contributivo, come spiega Cifoni:

“In pratica un’estensione della possibilità offerta fino a fine 2014 alle lavoratrici (che in base a questo schema potevano uscire anche a 57 anni con la cosiddetta “opzione donna”). (…) In realtà la riduzione dell’assegno derivante dall’applicazione del sistema contributivo non è uguale per tutti, dipendendo dalla effettiva dinamica di carriera del lavoratore in questione. Mediamente il taglio può aggirarsi intorno al 15-20 per cento ma anche sfiorare il 30 nei casi più sfavorevoli. Il paradosso è che nell’immediato, dal punto di vista dei conti pubblici, anche un meccanismo rigido di questo tipo potrebbe non essere sufficiente, come dimostrano le resistenze della Ragioneria generale dello Stato a prolungare l’opzione donna: questo perché la compensazione tra maggiori uscite verso la pensione e importi ridotti dell’assegno si ha nel medio periodo, mentre l’effetto negativo di cassa si manifesta subito”.