Esodati: ipotesi ammortizzatori, ma costano tre miliardi l’anno

Pubblicato il 2 Aprile 2012 20:54 | Ultimo aggiornamento: 2 Aprile 2012 20:54

ROMA, 2 APR – Il Governo cerca una soluzione alla questione ”esodati” ma la strada è stretta dato che il costo, per salvare chi nei prossimi anni dopo essere stato incentivato a uscire dal mondo del lavoro e ora si ritrova senza pensione, potrebbe sfiorare i tre miliardi l’anno per un massimo di cinque anni.

Il Governo potrebbe mettere in campo una sorta di indennità di mobilità transitoria che li accompagni alla pensione e se effettivamente i numeri si avvicineranno a quelli circolati nei giorni scorsi (350.000 persone) la spesa potrebbe essere per ogni anno pari ad almeno tre miliardi.

L’indennità di mobilità infatti ha un tetto di 1.119 euro mensili e quindi vale per un anno al massimo 13.428 euro ma se si considera un’indennità media di 10.000 euro per circa 300.000 persone si arriva a tre miliardi. La cifra andrà moltiplicata per gli anni di distanza dall’accesso alla pensione (per alcuni, ci sono aumenti rispetto alle attese anche di cinque anni mentre per altri magari la differenza tra quanto previsto e l’effettivo momento di accesso alla pensione sara’ molto piu’ breve).

Martedì 3 aprile è prevista una riunione tecnica tra ministero del lavoro, Inps e Ragioneria dello Stato per verificare i numeri ma comunque per trovare una soluzione c’è tempo fino al 30 giugno così come ribadito dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero.

Per il 2012 non ci sarà nessuno che resterà senza lavoro e senza pensione dato che quest’anno potranno andare in pensione solo coloro che hanno raggiunto i requisiti nel 2011 e stanno aspettando i tempi previsti dalla finestra mobile introdotta dal ministro Sacconi nel 2010 (12 mesi per i dipendenti, 18 per gli autonomi).

Il problema riguarderà coloro che avrebbero dovuto raggiungere i requisiti per la pensione nel 2012 (per uscire dal 2013 in poi) e che hanno fatto accordi negli anni scorsi con le aziende per un percorso di mobilità verso la pensione. Ad esempio un accordo in una azienda del Sud all’inizio del 2011 potrebbe aver previsto l’uscita di donne con 57 anni a quella data (e quindi nate nel 1954) che avrebbero potuto uscire nel 2015 a 61 anni (60 piu’ un anno di finestra mobile) dopo quattro anni di mobilita’ e che si troveranno a dover aspettare i 63 anni e nove mesi di eta’ (quasi tre anni in piu’).

Sembra improbabile, visti i costi che comporterebbe, che il Governo consenta agli esodati di andare in pensione con le vecchie regole mentre è possibile che si studi la definizione di un ammortizzatore ad hoc, ovvero un’ indennita’ di mobilita’ o un Aspi con una durata piu’ lunga di quello previsto dalla riforma (18 mesi per gli over 55). Il problema principale resta quello del finanziamento della materia. La clausola di salvaguardia a fronte dell’aumento del numero degli esodati (rispetto ai 65.000 inizialmente previsti) prevede che le risorse vadano cercate nei contributi per gli ammortizzatori (quindi nell’aumento dell’1,3% della retribuzione che le aziende pagano per la disoccupazione o nell’aumento dello 0,30% che le aziende pagano per la mobilita’ o nella prosecuzione di quel contributo dopo il 2017 una volta che la mobilita’ sia confluita nell’Aspi) ma la Confindustria ha gia’ detto un chiaro no.

”Quello degli esodati – ha detto la presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia – e’ un problema molto serio perchéci sono persone che rischiano di non avere più il posto di lavoro né la pensione. Non è però accettabile che questo significhi un aumento del costo del lavoro per le imprese. Se c’é un problema di questo tipo lo Stato vi deve fare fronte” perche’ le imprese “hanno già un cuneo fiscale e contributivo più alto di 5,5 punti rispetto alla media europea”.

Il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo ribadisce che il problema e’ ”all’attenzione del Governo” e che resta il nodo risorse. ”Dico a loro – afferma – di stare tranquilli. Il problema è all’attenzione del Governo. E’ un problema di risorse. Per risolverlo dovremmo aumentare il deficit in una misura che non possiamo permetterci”.