Pensioni, non siamo tutti uguali. Nemici dei figli e i precari pagano gli autonomi

di Lucio Fero
Pubblicato il 22 Agosto 2011 13:46 | Ultimo aggiornamento: 22 Agosto 2011 13:46

ROMA – Pensioni, pensionati: non siamo tutti uguali, anzi. Spesso, troppo spesso il “diritto” dell’uno è la disgrazia dell’altro. E non per caso, ma per scelta politica e sindacale. Scelta di danneggiare il prossimo per guadagnarci, scelta strenuamente difesa e spesso, troppo spesso travestita da “conquista sociale”. Partiamo dai privilegi smaccati, sfacciati. Anche se, paradossalmente, i privilegi più incongrui e odiosi sono relativamente poca cosa rispetto alle storture e ingiustizie nascoste: i privilegi offendono al massimo, le storture costano il massimo.

Privilegio è quello di coloro che ancora vanno in pensione con il “metodo retributivo”. Metodo retributivo di calcolo significa che la pensione viene appunto calcolata sugli ultimi anni di stipendio percepiti. Calcolando così ovviamente l’importo finale della pensione risulta alto, molto vicino a quello dell’ultimo stipendio percepito. La grande maggioranza degli italiani non va e la stragrande maggioranza non andrà in pensione calcolata così: dal 1995 si applica “il sistema contributivo”, cioè si calcola l’importo della pensione sulla base dei contributi versati, non l’ultimo anno di lavoro ma durante tutta la vita lavorativa. Ma c’è chi, anche avendo cominciato a lavorare dopo il 1995, si vede calcolata e pagata la pensione con il “retributivo”. E chi sono? I dipendenti degli organi costituzionali. Cioè i commessi, gli uscieri, gli impiegati di Camera e Senato, del Quirinale, della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato…

Privilegio è quello dei parlamentari: basta una legislatura e incassano pensione a 60 anni. Prima incassavano a cinquanta anni. Privilegio massimo quello dei parlamentari è di aver “diritto” ad una sorta di liquidazione speciale per “reinserirsi” al lavoro dopo l’attività parlamentare. Perfetto, se non fosse che due parlamentari sui tre durante il mandato continuano anche a fare il lavoro di prima: in cosa allora devono “reinserirsi”, in quello che non hanno mai mollato?

Stortura, gigantesca stortura e voluta, difesa e programmata ingiustizia è quella del “sistema misto” di calcolo. Cioè si calcola la pensione da percepire con il sistema retributivo per tutti quelli che al 31 dicembre 1995 avevano già 18 anni di versamenti. Per chi a quella data di anni di contributi ne aveva dieci, otto o comunque meno di 18, si calcola “misto”: retributivo per gli anni fino al 1995, contributivo per gli anni seguenti. Per chi ha cominciato a lavorare e versare dopo il 1995, tutto il calcolo è “contributivo”. Ne escono fuori tre tipi, tre “razze” di pensioni e tre specie di pensionati dove il vantaggio dell’una si scarica, e si paga, con il danno dell’altra. Fu deciso così dalla politica, e dai sindacati, per “ammorbidire” e “far passare”. L’idea politica e sindacale era: imbarchiamo nel vascello, nel traghetto comodo e spazioso un bel mucchio, così quelli che restano al molo ad aspettare il traghetto stretto e angusto sono oggi pochi e solo domani saranno tanti. Quindi i più oggi non protesteranno, domani, domani è parola ignota alla politica e anche al sindacato. E’ la stessa idea politica e sindacale di oggi, proprio oggi: imbarcare gli ultimi fortunati e per quelli di domani, peggio per loro…

Succede infatti con le tre specie di pensioni e pensionati che chi va e andrà in pensione con il sistema retributivo guadagna rispetto agli altri circa nove anni. Nove anni di differenza a suo vantaggio tra quanto ha versato di contributi e quanto incassa di pensione nel’aspettativa di vita media. Succede che il lavoratore autonomo, che di contributi ne versa pochissimi, con il retributivo guadagna non nove, ma circa venti anni. A svantaggio di chi va in pensione con il sistema contributivo e soprattutto a svantaggio di chi la pensione la paga, agli altri, ma per se stesso forse mai la vedrà la pensione: la gestione separata Inps dei Co.Co.Co, cioè dei precari, è in attivo per 6,5 miliardi. E copre i deficit dei coltivatori diretti, degli artigiani, del clero… Il sistema che garantisce i padri e i nonni risulta nemico dei figli: il 72 per cento dei capifamiglia sotto i 35 anni non riesce più a risparmiare nè per il mese in corso e neanche nella forma di risparmio previdenziale.

Correggere davvero la stortura, dopo aver abolito i privilegi, sarebbe il sistema contributivo uguale da subito per tutti e senza eccezioni. Questo darebbe pensioni più basse a chi sta per lasciare il lavoro ma darebbe una pensione vera e non da fame ai giovani. Sarebbe davvero una “riforma”. Troppo per la politica, il sindacato e in fondo anche per l’opinione pubblica: a tutti e tre di quelli che verranno domani importa poco.