La rivolta d’imprese e botteghe: “Ecco come si governa”

Pubblicato il 30 Settembre 2011 11:08 | Ultimo aggiornamento: 30 Settembre 2011 17:20

ROMA – Se il governo e le imprese ritroveranno il dialogo sarà sulla base del manifesto degli industriali. Cinque punti per la crescita, un elenco che somiglia a una “contromanovra”, presentato da Emma Marcegaglia e con lei dai bancari dell’Abi, dalla rete imprese, dalle cooperative, dagli assicuratori dell’Ania e poi cooperative, artigiani e commercianti (per il testo integrale del documento clicca qui). Insomma le richieste al governo sono condivise da tutto il panorama produttivo italiano, dalla grande industria alle botteghe. Un manifesto per ricomporre la rottura con il centrodestra, naturale interlocutore degli industriali. Rottura che oggi sembra lontana dall’essere sanata a giudicare dalle parole del presidente dei giovani di Confindustria, Jacopo Morelli, a pochi giorni dal convegno di Capri del 21-22 ottobre: “Niente politici sul palco, basta passerelle. Serve un governo non codardo”. Dura la Marcegaglia:  “La Giunta di Confindustria mi ha dato il mandato di portare avanti proposte forti e coraggiose, se non andranno avanti ho anche il mandato di valutare se restare ai tavoli con il governo”.

Una ventina di pagine in tutto: previdenza e spesa pubblica, riforma fiscale, cessioni di beni pubblici ai privati, liberalizzazioni, infrastrutture e energia. Tutti d’accordo sulla lotta all’evasione fiscale, anche commercianti e artigiani. Limite massimo di 500 euro per le transazioni in contanti. Patrimoniale tra lo 0,1% e lo 0,15%, ogni anno e non solo una tantum, con alcune esenzioni. Meno tasse per lavoratori e imprese (magari eliminando l’Irap e intervenendo sull’aliquota più bassa dell’Irpef), incentivi per l’edilizia e l’efficienza energetica.

Sul tema pensioni gli industriali parlano di “quota 100”, ossia quel sistema che somma l’età anagrafica e quella contributiva, già dal 2012, con il vincolo però di avere almeno 40 anni di contributi. Il tutto per garantire un sistema previdenziale che sia sostenibile dal nostro Paese. Per le pensioni di anzianità uomini e donne verrebbero equiparati, con il limite a 65 anni. C’è poi una possibilità per i lavoratori che, ad esempio, a 62 anni hanno maturato i 40 anni di contributi: possono (su base volontaria) rimanere a lavorare ancora qualche anno a versamenti zero per l’Inps. In questo caso i contributi a carico del lavoratore diventerebbero stipendio, quelli a carico delle aziende resterebbero nelle casse dell’impresa.