Pietro Grasso al Pd: “Non ti pago!”. Tutti i soldi del Presidente

di Lucio Fero
Pubblicato il 9 gennaio 2018 4:59 | Ultimo aggiornamento: 8 gennaio 2018 15:00
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Pietro Grasso al Pd: “Non ti pago!”. Tutti i soldi del Presidente

ROMA – Pietro Grasso ha ammollato al Pd un solenne “Non  ti pago!”. Non ti pago era il titolo di una commedia di Eduardo De Filippo in cui il titolare di un Banco del Lotto si rifiutava di pagare la vincita al giovane giocatore che gli stava antipatico e con cui era in competizione. Arrivando a dire, per non pagare, che i numeri giusti da giocare erano stati dati in sogno dal suo avo, erano valori di famiglia. Usurpati dall’usurpatore che aveva contraffatto la sua identità, confuso la buonanima e carpito i sogni, i valori, i numeri e i soldi. Anche nelle motivazioni profonde e nelle movenze di scena il Non ti pago di Pietro Grasso e quello di Eduardo De Filippo si somigliano assai.

Dunque Pietro Grasso presidente del Senato e leader di Liberi ed Uguali nonché auto nominatosi bandiera degli autentici valori della sinistra scrive a Bonifazi tesoriere Pd che non pagherà gli 83 mila euro e spicci che Bonifazi gli aveva chiesto. Chiesto non in donazione o in pagamento ma a saldo di tutti i mesi e anni dall’inizio della legislatura (2013) fino all’abbandono da parte di Grasso del gruppo parlamentare del Pd. Grasso eletto nelle liste Pd, i parlamentari eletti nelle liste Pd tenuti per patto, impegno e consuetudine a versare una quota mensile al partito per auto finanziamento e in questo caso per pagare cassa integrazione ai dipendenti del Pd. Bonifazi aveva fatto due più due e aveva calcolato: Grasso mai pagato una quota, quote obbligate per tutti gli eletti Pd, totale 83 mila e spicci. Tanto più che Grasso ha lasciato il Pd. Tanto più che altri, Bersani, ad esempio, come fanno le persone serie, hanno saldato le pendenze all’atto dell’uscita dal partito.

Ma per Grasso due più due non fa lo stesso risultato. Grasso scrive a Bonifazi e accusa lui e il Pd di “basso espediente elettorale” e “infamante missiva”. Dice di non aver mai ricevuto in 56 mesi il bollettino mensile di pagamento e quindi di aver pensato che il Pd la pensava come lui al riguardo e cioè che non sta bene il presidente del Senato finanzi coi soldi suoi un partito. Insomma Grasso adduce l’argomento del cittadino che non ha pagato non avendo ricevuto bolletta e convinto quindi che il fornitore della luce convenga sull’essere lui esente dal pagare.

Aggiunge Grasso che lui non ha percepito quella parte della retribuzione da cui gli altri parlamentari traggono i denaro per pagare il loro contributo al partito. E aggiunge ancora che ha fatto risparmiare ai contribuenti milioni di euro dimezzando le spese della segreteria del presidente e dell’ufficio consulenze. Nessun dubbio che sia così ma qui in questione non erano e non solo le spese della presidenza del Senato ma i soldi personali e privati del presidente del Senato. A voler essere precisi quando gli sono stati chiesti dal Pd come arretrati di un impegno non ottemperato la campagna elettorale non c’era e Grasso non era ancora ufficialmente come si dice sceso in campo. A voler essere precisi che c’entra quanto Grasso ha fatto più o meno spendere per i servizi alla e della presidenza con i suoi impegni con il Pd?

Nulla c’entra e quindi Grasso la prende un po’ alla larga per il suo “Non ti pago” al Pd. Molto alla larga. L’argomento principe è la “sconvenienza” che il presidente del Senato paghi le quote di auto finanziamento al partito di provenienza. Pagamento di quote assimilato da Grasso con molta audacia interpretativa al votare in aula da parte del Presidente. Il presidente non vota perché neutrale e istituzionale. Dunque il presidente non paga perché neutrale e istituzionale. Sarà…

Quanto poi alle parti di retribuzione cui ha rinunciato, Grasso le rivendica con molta audacia dal momento che ciò cui non ha rinunciato (pensione da magistrato e indennità senatoriali) assommano a 300 mila e passa, comunque più del tetto di 240 mila annui  che le istituzioni si sarebbero date. Grasso ha fatto sapere che erano poste retributive non rinunciabili per legge. Certo, però il tetto non era solo un dispositivo di legge, era anche e soprattutto una sensibilità, come dire…istituzionale.

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