“Io, il premier che ce la fa sempre”. E’ questa la “malattia” di Berlusconi?

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 3 Dicembre 2010 15:16 | Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2010 15:28

Berlusconi con l'amico Putin

Allora qualcosa ci deve essere: una piega della psiche, una gobba del carattere, un’ernia del pensare e dell’agire. Qualcosa ci deve essere, qualcosa a cui Silvio Berlusconi, più che indulgere, non resiste. “Se la Russia ha ottenuto i Mondiali di calcio è anche merito mio”. Certo nel corso del tempo il protagonismo ipertrofico del premier si era già “allargato”, ben oltre la rivendicazione della sua “mano” che sapientemente guida Blatter, la Fifa e quindi la scelta dei luoghi e la destinazione dei soldi dell’affare Mondiali. Berlusconi aveva a suo tempo sostenuto e rivendicato di aver di persona fermato i carri armati russi che marciavano su Tiblisi in Georgia: una telefonata da Palazzo Chigi a Mosca, l’altra a Washington e tutti stoppati e domati da Berlusconi. Poi aveva rivendicato e sbandierato il patrocinio della firma dell’accordo tra Obama e Medvedev sulla limitazione delle armi nucleari: Usa e Russia non ce l’avrebbero fatta senza la spinta e il consiglio del premier italiano che, il racconto è suo, li avrebbe “minacciati” per scherzo ma non tanto per scherzo, se non firmavano. Poi Berlusconi ha vantato di aver convinto la Turchia di Erdogan a mettersi d’accordo con la Russia sui gasdotti e si è attribuito la paternità delle scelte di Ankara nelle relazioni con l’Europa. Molto, tanto di più dell’ultima prova provata della sua forza internazionale, quella relativa a dove si giocherà il Mondiale del pallone. Ma sentire il bisogno di raccontare al mondo che anche questo è avvenuto “anche per merito suo” nei giorni in cui tutte le capitali occidentali si interrogano su quanto “speciali” siano i suoi rapporti con Putin è la prova, questa sì provata, che Berlusconi non resiste. Ad una piega della psiche, ad una gobba del carattere, ad un’ernia del pensare, parlare e agire: quella per cui il premier italiano è convinto, per dirla con le sue più recenti parole, che “nessuno è alla sua altezza”.

E’ una malattia questo gonfiare il proprio ruolo oltre i limiti del plausibile e del credibile, questo presenzialismo coatto con cui Berlusconi si colloca al centro di ogni scena e sempre si attribuisce la parte dell’attore principale? Questo forzare la mano al buon senso, questo impavido sfidare il ridicolo raccontandosi letteralmente come il centro, o almeno l’ago della bilancia del mondo? Questo narrarsi, obbligatorio e compulsivo per il narratore come “Er più” che “Ghe pensa lu”? Berlusconi dice di “non essere malato”. E gli va dato credito, almeno “politicamente”. La “via sanitaria” ad una alternativa politica a Berlusconi è, se possibile, ancora più angusta, tortuosa e cieca di quella “giudiziaria”. Ma qualcosa deve esserci in quest’uomo, come c’è in ogni uomo o donna che si narra e si compiace di narrarsi sempre e comunque come il più bravo e il più forte. Non siamo allo scolapasta messo in testa per dire: “Sono Napoleone”. Però non sono semplici “battute”, sono sintomi.

E altro di se stesso Berlusconi ha sempre con assiduo piacere narrato: il suo piacere alle donne, il suo guardare alle donne da “maschio”, maschio attivo. Ad ogni ministra o deputata o semplice militante del Pdl “femmina” ha sempre mostrato non solo la sua galanteria ma anche la sua disponibilità, teorica ma pubblica, di essere “maschio” con lei. Lo ha fatto con la Marcegaglia e con l’operaia in una fabbrica russa, lo ha fatto con le ministre e i capi di governo “femmina” di ogni paese. Insomma lo fa sempre, sempre si narra come maschio che volentieri “potrebbe”. Poi un giorno arriva la notizia, notizia e non gossip, che la diplomazia americana, scoperta da Wikileaks, ma sicuramente ogni altra diplomazia tutte immettono questo suo narrarsi nel suo “profilo”. E di conseguenza il dubbio, il sospetto, la preoccupazione che l’uomo Berlusconi paghi anche un prezzo fisico a questo suo narrarsi “maschio” e tenersi “all’altezza” della narrazione. Un dubbio, un sospetto, una preoccupazione, spesso anche una “complicità” che non è solo nei file di Wikileaks o nelle conversazioni riservate dei “Palazzi”. Qualcosa del genere da anni c’è anche nel luogo comune della gente comune. Berlusconi si narra come uno che “ce la fa” sempre. Può un uomo a 74 anni “farcela” sempre? O per “farcela” deve sottoporre il suo fisico a stress?

E’ una questione cruda e volgare, ma è Berlusconi ad averla posta narrandosi come lui si narra. E’ lui ad aver indossato l’abito del sempre “maschio” in ogni luogo ed ogni ora. Poichè a 74 anni si è mediamente “maschi” sometimes, delle due l’una: o Berlusconi si narra per quello che normalmente non può essere, oppure Berlusconi fa tutto l’umanamente possibile per non essere umanamente “sometimes”. Che c’entra questo con la politica, con i doveri di Stato e l’efficacia dell’azione di governo? Con il 14 dicembre che si avvicina, con la certezza di Berlusconi sia “una bufala” la cifra di 317 deputati pronti a votargli la sfiducia? Con il suo attacco al “terzo polo, scarso di numeri ma ricco di ambizioni”? Con la sua denuncia di Fini, Casini, Rutelli e soci intenti a volere una legge elettorale che consenta al “terzo polo” di allearsi con la sinistra o la destra a piacere?

Nulla, in una situazione normale non c’entrerebbe nulla. Ma nei lunghi mesi di questa crisi politica, troppi ormai e troppo lunghi, Berlusconi ha prima buttato fuori dal partito Fini pensando non contasse nulla e fosse destinato a restare solo. Poi ha offerto a Casini un paio di ministeri e niente più di una cuccia comoda per il cucciolo-Udc che torna a casa smarrito come Lassie. Poi ha fatto fallire ogni ipotesi e possibilità di un Berlusconi-bis, cioè dimettersi e fare un nuovo governo con lui presidente. Poi ha bloccato come “golpe” non solo un governo sostenuto da altra maggioranza, diversa da quella che ha vinto le elezioni, ma anche un governo guidato da chiunque del Pdl che non sia Berlusconi stesso. Poi ha provato, sta provando a sfangarla per un giorno, una settimana o due mesi al massimo trovando una decina di voti sparsi e spersi a Montecitorio che gli dicano sì o almeno si neghino alla conta. Politicamente ha messo in atto tattica dello “Er più” che “Ghe pensa lu”. Politicamente ha mostrato una piega della volontà, una gobba della ragione, un’ernia della disponibilità. C’è del metodo nel merito, c’è assonanza e simiglianza. Non è malattia del corpo, nessuno può dirlo. Ma affezione della mente c’è, si vede e lotta insieme a lui.