Prescrizione, il braccio pigro della legge. Storia di due morti, tre feriti e un irresponsabile alla sicurezza

di Riccardo Galli
Pubblicato il 12 Aprile 2011 16:41 | Ultimo aggiornamento: 12 Aprile 2011 23:54

TORINO – La strana storia dell’irresponsabile della sicurezza. Potrebbe essere sintetizzata così la storia di un poco responsabile eppur responsabile della sicurezza che ha collezionato, vigilando su diversi cantieri, due morti e tre feriti. Tra gli operai che son passati a miglior vita e quelli che son solo finiti all’ospedale, il nostro irresponsabile è rimasto responsabile. Innocente, con la fedina penale pulita e, al massimo, con qualche rimorso di coscienza. Com’è possibile verrebbe da chiedersi. Semplice: in Italia nessuno è colpevole fino a una condanna definitiva. Giusto? In teoria sì, ma nella pratica che si fa della prescrizione sbagliato, anzi sbagliatissimo. E’ un diritto garantito dalla nostra legislazione, ma è un diritto di cui si fa abuso trasformandolo in vizio congenito di giustizia, ed è quasi un unicum nelle legislazioni dei paesi occidentali. Insomma la prescrizione è il braccio, anzi il braccino pigro della legge o almeno questo è diventato nella versione made in Italy. Servirebbe a limitare i rischi di errori giudiziari, ma nello sforzo di concedere ad ogni imputato una seconda e terza chanche di giudizio, combinato con il lento procedere della macchina giudiziaria, serve a garantire a chiunque sia accusato di sedersi sulla riva del tempo e aspettare che passi il cadavere del suo processo.

Il primo morto “occorso” al nostro responsabile è Luca Fois. Il 26 gennaio 2001 Luca è caduto da un’impalcatura posta a trenta metri dal terreno. Lavorava al restauro della facciata di Palazzo Madama a Torino, uno dei gioielli che oggi attira tanti turisti sotto la Mole. Era senza imbracatura di sicurezza, stava spostando una trave d’acciaio di 100 chili legata a una carrucola con un nodo semplice. Il nodo si è sciolto, la trave è caduta e Fois con lei. A dieci anni di distanza il reato è prescritto, e quindi il responsabile della sicurezza del cantiere ne è uscito pulito, anche se oramai gode di una certa fama, almeno nelle aule giudiziarie che frequenta con una certa assiduità. È stato più volte condannato, ma in Italia nessuno è colpevole fino a una condanna definitiva. Il responsabile è formalmente incensurato. E così ha continuato a essere nominato responsabile della sicurezza. Risultato: negli ultimi dieci anni è morto un altro dei suoi operai, folgorato. E altri tre sono rimasti gravemente feriti nel ribaltamento di un macchinario. E anche gli altri due casi sono a rischio prescrizione. Il ferimento dei tre operai è avvenuto il 20 settembre 2004. Lavoravano a Oulx per l’allargamento della Torino-Bardonecchia. Il responsabile della sicurezza è stato condannato, ma grazie all’indulto la pena è stata condonata. Il 2 maggio 2005, infine, Maria Manuel Domingos rimane folgorato su un altro cantiere della Torino-Bardonecchia. Il responsabile della sicurezza è stato condannato a 1 anno, ma ha fatto ricorso in Appello (tutt’ora pendente). Tre casi, nessuna sanzione (se non quella di subire interminabili processi, che tra l’altro seguono anche i familiari delle vittime).

Nel caso di Luca Fois, il responsabile è stato condannato in primo grado con il rito abbreviato che già riduce la pena di un terzo (10 mesi), è stato assolto in secondo grado, il procuratore generale dell’epoca Giancarlo Caselli ha presentato ricorso in Cassazione e ha vinto, il processo è dunque tornato alla Corte d’Appello; il responsabile della sicurezza ha qui dichiarato di aver risarcito la famiglia e ha così ottenuto un dimezzamento dei tempi della prescrizione; ora la procura generale ha presentato un altro ricorso in Cassazione sostenendo che il risarcimento non era avvenuto. In tutto: cinque gradi di giudizio. Se passasse la legge sulla prescrizione breve, anche gli altri due casi «morirebbero» prima di una sentenza definitiva. E il caso del responsabile irresponsabile non è isolato. Nel 2010 la Corte d’Appello di Torino ha dichiarato prescritti oltre 600 procedimenti. Tra questi: venti truffe, 17 bancarotte, otto omicidi colposi, 95 guide in stato d’ebbrezza, 36 abusi edilizi, 9 attività di gestione rifiuti non autorizzate, 6 scarichi di reflui industriali.

Tutta colpa della lentezza della macchina giudiziaria italiana. Un esempio è quando si impiegano mesi a scrivere una sentenza, anche se questo è solo una delle cause. Certo la Giustizia in Italia non brilla per la sua velocità ma ci sono anche altre ragioni che la spiegano. In Italia si può ricorrere ai tre gradi di giudizio per qualunque reato, anche l’ingiuria. Negli altri Paesi non è cosi. Negli Stati Uniti, dopo il primo grado scatta subito l`esecuzione della pena. In Inghilterra solo il 3% dei processi arriva in appello.  In Francia e in Belgio la prescrizione ha tempi rapidi, ma per le pene superiori ai 5 anni non c’è l’Appello, si passa subito in Cassazione. In Germania con una pena superiore a 1 anno il tribunale, su richiesta del pubblico ministero, può chiedere che il condannato sconti la pena immediatamente.

E mentre da noi si verifica il paradosso che si finisce in carcere quando si è indagati per poi essere liberati dopo esser stati rinviati a giudizio, il nostro Governo lavora alacremente alla cosiddetta prescrizione breve. C’è però una Procura, quella di Torino, che ha deciso di fare qualcosa: ha presentato un ricorso in Cassazione in cui chiede che a esprimersi sulla compatibilità della prescrizione con il resto della legislazione siano la Consulta o la Corte europea dei diritti dell`uomo. In altre parole ha chiesto di rivedere la durata della prescrizione, ha chiesto che la legge che fa estinguere il reato oltrepassato un certo limite di tempo venga  riesaminata alla luce del fatto che i diritti delle vittime non verrebbero garantiti.

D’altra parte Strasburgo, il 29 marzo scorso, è già andata in quella direzione: ha bacchettato l`Italia per un processo, morto perché fuori tempo massimo, in cui uno straniero era stato ucciso dalle forze dell`ordine. «Nei casi in cui, lo Stato debba accertare le responsabilità per la morte di un uomo – hanno dichiarato i giudici europei – Questo diritto prevale sul principio della ragionevole durata del processo». Le solite toghe rosse?