Presidente della Repubblica: toto-nomi, 22 per il dopo Napolitano FOTO

di Sergio Carli
Pubblicato il 9 novembre 2014 10:41 | Ultimo aggiornamento: 27 gennaio 2015 15:43

ROMA – Chi sono i candidati alla carica di Presidente della Repubblica e a prendere il posto di Giorgio Napolitano? La rosa è affollata, i nomi sono tanti: 9 secondo il Corriere della Sera, 13 secondo il Fatto, ancor di più secondo Repubblica. In tutto fa 22.

A scatenare il toto presidente è stata la notizia, non smentita, che Giorgio Napolitano, attuale Presidente della Repubblica, vuole dimettersi alla fine del 2014. Ora ci aspettano mesi di un frullatore di voci e di chiacchiere, di ipotesi e di nomi. Scommetti sul tuo candidato presidente.

Intanto questi sono i nomi che circolano oggi in tutto 21, che riportiamo in ordine sparso, mettendo assieme le “rose” di Repubblica, Corriere della Sera e Fatto:

  • Mario Draghi,
  • Romano Prodi,
  • Walter Veltroni,
  • Giuliano Amato,
  • Piero Fassino,
  • Emma Bonino,
  • Roberta Pinotti,
  • Laura Boldrini,
  • Anna Finocchiaro,
  • Piero Grasso,
  • Linda Lanzillotta,
  • Franco Bassanini,
  • Paola Severino,
  • Sergio Chiamparino,
  • Marta Cartabia,
  • Dario Franceschini,
  • Paolo Gentiloni,
  • Luigi Zanda,
  • Graziano Delrio,
  • Pierluigi Castagnetti,
  • Pierferdinando Casini,
  • Pier Carlo Padoan.

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Sono tanti nomi, alcuni con delle chances, altri messi lì per promemoria. Probabilmente nessuno di loro verrà scelto. La storia lo insegna e lo ricorda

“un politico esperto come Pier Ferdinando Casini“,

citato da Claudio Tito su Repubblica:

“Chi entra Papa, esce cardinale»”.

 

Traduce Claudio Tito:

“Chi pensa di entrare nell’emiciclo di Montecitorio con i voti in tasca, ne esce con le tasche vuote”.

Elabora Claudio Tito:

“A maggior ragione in questo Parlamento che – come ha dimostrato la tragicomica vicenda dell’elezione dei giudici costituzionali – si presenta piuttosto insofferente rispetto alla disciplina di partito e caricato di una dose massiccia di anarchia. La sola maggioranza governativa, dunque, sebbene sulla carta avrebbe i numeri per fare da sola.
In realtà non sarà sufficiente. Troppe le vendette da consumare nei confronti di Renzi. Troppo recente il ricordo dei 101 che fecero fuori nel 2013 prima Franco Marini e poi Romano Prodi”.

I candidati dovranno affrontare una specie di percorso di guerra,

“superare le forche caudine dell’assemblea congiunta di Camera e Senato allargata ai rappresentanti delle regioni. […] Gli oltre mille “grandi elettori” (1008) rischiano di essere un organismo ingovernabile se non in presenza di un nome capace di garantire un alto numero di votanti. Su di loro, allora, si consumerà sicuramente il primo tentativo del leader democratico. Per poi voltare pagina. Con le modalità che da qualche giorno vengono sinteticamente definite “sistema Gentiloni”, dal nome del nuovo ministro degli esteri tirato fuori dal cilindro renziano”

in extremis, dopo che tutte le sue candidate femmine e improponibili erano state bocciate.

Sul Corriere della Sera, Roberto Zuccolini conferma:

“Nella complessa partita a scacchi del Quirinale per il momento c’è solo una certezza. L’avvicinarsi delle dimissioni di Giorgio Napolitano metteranno — anzi hanno già messo — in moto un toto-presidente che si preannuncia tormentato, non meno di quello che un anno e mezzo fa portò alla sua rielezione. Nella speranza che almeno non si riproduca lo stesso scenario in Parlamento, con continui colpi di scena e «tradimenti» all’interno dei partiti (nel Pd aleggia ancora il «fantasma» dei 101 che non votarono Romano Prodi), cominciano a girare i primi nomi”.

Berlusconi per ora tace:

“In uno degli ultimi colloqui con il presidente del consiglio, a domanda esplicita e diretta ha risposto con un sorriso e un gesto. Ha messo la mano sulla spalla di Gianni Letta e ha detto: «È questo il mio candidato ». Un modo evidente per sottrarsi al gioco e non offrire indicazioni”.

Infatti il suo Giornale di toto presidente non parla.

 

Repubblica, fra i giornali che si occupano del toto candidati, è quello che dedica maggiore spazio, con dovizia di argomenti e parole. Secondo Claudio Tito. “in un cassetto della scrivania” di Matteo Renzi a Palazzo Chigi ci sarebbe  già una cartellina: con tre dossier. Tre potenziali identikit del futuro presidente della Repubblica, di cui Matteo Renzi non può certo disporre liberamente, ma che danno comunque un’idea di come, dietro la facciata un po’ guascone si nasconda una meticolosità giapponese.

Inoltre Matteo Renzi, stando a Claudio Tito, è convinto che se “forse deve condividere un candidato” può sempre contare su quasi 400 “grandi elettori” con la conseguenza, dice Renzi, che

“nessuno può eleggere un presidente della Repubblica senza di me”.

1. “I leader”. Il dossier comprende i nomi degli ex segretari del Pd e altri nomi di spicco: Pierluigi Bersani, Romano Prodi, Walter Veltroni, Piero Fassino, Dario Franceschini, ma anche Giuliano Amato, Romano Prodi, che

“potrebbe essere la carta che in extremis Beppe Grillo potrebbe buttare nel campo democratico per far crollare in quel frangente il Patto del Nazareno con Silvio Berlusconi”.

Non compare, come invece fu al tempo della elezione di Napolitano, Massimo D’Alema, che ormai fa il vinaio (ma ci sarebbe il precedente di Luigi Einaudi) e anche perché inviso a Matteo Renzi, che, secondo Claudio Tito, aveva detto quando si trattò di nominare Federica Mogherini come Alto rappresentante Ue per la politica estera:

“Dopo quello che ha fatto, non parlatemi più di D’Alema”,

2. “Le donne”. 

“Il segretario democratico ha sempre puntato sulla svolta “rosa”. La lista, in questo caso, però è abbastanza corta: Roberta Pinotti, attuale ministro della Difesa; Anna Finocchiaro, presidente della commissione affari costituzionali del Senato. E qualcuno avrebbe visto di recente un’aggiunta: quella di Marta Cartabia, giudice della Corte costituzionale, giurista milanese vicina alle posizioni di Comunione e liberazione.

Nel Pd tutti vorrebbero che la scelta cadesse su una di loro. Ma pochi ci credono”.

3. Gli “Outsider”.

Il loro identikit è quello che più si adatta alla linea renziana: figure che non si mostrano potenzialmente in grado di rappresentare un “contropotere”. Immagini non consumate, per alcuni di loro anche con l’atout della tradizione comunista. E quindi con la possibilità di rivendicare la scelta con il “popolo del Pci” che ancora costituisce la base più larga degli iscritti al Partito democratico.

“In questa lista diversamente modulabile su un accordo con i grillini o con i forzisti – ricompaiono quindi due ex segretari come Piero Fasssino (ora sindaco di Torino) e Dario Franceschini (ministro per i beni culturali). Lo stesso Gentiloni e poi Sergio Chiamparino (governatore del Piemonte), Luigi Zanda (capogruppo Pd al Senato), Graziano Delrio (sottosegretario alla presidenza del consiglio), Pierluigi Castagnetti (segretario del Ppi quando Renzi esordiva in politica), Pierferdinando Casini (ex presidente della Camera e ora presidente della commissione Esteri del Senato) e Piercarlo Padoan (ministro dell’Economia e con uno standing europeo).

“Esistono anche due “fuoriquota” che però nell’immaginario del vertice Dem non possono ascendere al momento la scala gerarchica dei candidati. Uno è Piero Grasso, presidente del Senato. Buoni rapporti con Berlusconi e all’inizio della legislatura un’ottima intesa con il M5S di Beppe Grillo.
Il secondo è Mario Draghi, presidente della Bce”.

Claudio Tito ricorda però che nei giorni scorsi Mario Draghi, il cui incarico scade il 31 ottobre del 2019, confidava al suo staff di

“non voler andare al Quirinale: non mi sento tagliato per quel ruolo. Non voglio tagliare nastri e poi devo completare il lavoro a Francoforte”.

Eugenio Scalfari, nel suo editoriale della domenica, certifica, su invito dello stesso Draghi:

“Draghi non ha alcuna intenzione di andare al Quirinale, i suoi compiti e i suoi obiettivi sono del tutto diversi come lui stesso afferma pregando i suoi amici di diffonderla. Cosa che, adempiendo al suo invito, faccio con piacere”.

Mario Draghi ha già vissuto l’esperienza di Berlusconi, il quale, vedendolo come alternativa, ruolo per il quale Mario Draghi non faceva mistero di scaldare i muscoli, lo spedì in Europa. In Draghi, Renzi vedrebbe non solo

“un tentativo di “commissariamento” europeo e di condivisione della leadership. Soprattutto sa che intorno a Draghi potrebbero coagularsi tutti gli “scontenti”, tutti quelli che vogliono vendicarsi”.

I nomi della lista di Roberto Zuccolini sono una rosa ristretta:

Roberta Pinotti, il cui curriculum

“può corrispondere alle qualità richieste”,

Anna Finocchiaro,

“che guida la commissione Affari costituzionali del Senato, dove passerà nei prossimi giorni proprio la riforma elettorale che è nel cuore di Renzi.

La visione di Roberto Zuccolini è cupa:

“Dal Pd dovranno uscire le prime proposte concrete in quanto gruppo più grande sia alla Camera che al Senato: è da ricordare che ha in Parlamento (come tutti i partiti) gli stessi eletti di un anno e mezzo fa, quando era segretario Pier Luigi Bersani. E quindi non sarà facile per Matteo Renzi far passare i nomi che gli stanno a cuore, almeno quanto sta faticando ora alle prese con il Jobs act.

Ma forse ancor di più. C’è anche chi rilancia personalità autorevoli della «ditta» come Walter Veltroni mentre non pochi puntano nuovamente su Romano Prodi che, in un contesto politico diverso, potrebbe ritentare l’approdo al Quirinale.

Si tratta di un toto-presidente molto iniziale e ancora molto confuso. Tra i tantissimi i nomi, anche quello del capogruppo a Palazzo Madama, Luigi Zanda. Ma c’è chi sta già cercando un outsider per riscuotere consensi bipartisan”.