Primarie Pd a Milano: Bindi accusa, Penati rischia, Martina, Cornelli e Majorino rimettono il mandato, ma nessuno se ne va

Pubblicato il 16 Novembre 2010 13:27 | Ultimo aggiornamento: 16 Novembre 2010 13:27

Giuliano Pisapia

Dopo la sconfitta alle primarie di Milano, che hanno sancito la vittoria del candidato sostenuto da Nichi Vendola Giuliano Pisapia sul candidato del Pd Stefano Boeri , i vertici locali del partito “rimettono in toto” il proprio mandato per avere il tempo per un confronto con i dirigenti e la base del partito: con questo annuncio il capogruppo del Pd in Comune, Pierfrancesco Majorino, il segretario provinciale, Roberto Cornelli, e il segretario regionale, Maurizio Martina si prendono “una settimana di tempo per le verifiche”.

La sconfitta del Pd alle primarie milanesi ha sorpreso e amareggiato il partito. E se ufficialmente sono tutti stretti intonro al vincitore Pisapia, dietro alle telecamere si richiamano reciprocamente alla riflessione. Sono il vicesegretario Enrico Letta e il presidente del Pd Rosy Bindi a sottolineare la débacle e a chiedere un a”approfondimento”. Concorda con loro anche il Moderato democratico Beppe Fioroni, che apre ad un’alleanza con i moderati di Udc e Api.

Sulle stessa linea un altro Modem, l’ex ministro Paolo Gentiloni: “Il Pd deve cambiare rotta, promuovendo con coraggio l’intesa con le forze che vogliono dar vita a un terzo polo”. Intanto, la Velina Rossa indica Filippo Penati, capo delle segreteria di Bersani e punto di riferimento storico del Pd milanese, come uno degli artefici della sconfitta: le sue dimissioni rappresenterebbero “un atto di umiltà politica”.

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A pesare sul partito sono anche altri numeri: il 67mila dei milanesi che hanno partecipato alle primarie, pochi sia rispetto alle aspettative sia rispetto al precedente delle primarie del 2006; il 13,4 per cento di voti presi dal candidato sostenuto dall’Idv, il costituzionalista Valerio Onida; e il 40,1 per cento di voti presi da Stefano Boeri, pochi rispetto al 45,3 di Pisapia.

Boeri conferma che continuerà a lavorare per Milano: “Io non mollo e continuerò a lavorare. Mi hanno voluto dipingere come troppo legato agli interessi della Moratti e di alcuni immobiliaristi e come condizionato dalle logiche del Pd, ma evidentemente avevano solo paura della mia idea di città”.

Dal canto suo, il vincitore appoggiato da Vendola ha confermato il suo “rinnovato impegno a lavorare insieme agli altri candidati”, tendendo una mano al Pd: “Sono loro il mio punto di riferimento”.

Per Angelo Panbianco, la vittoria di Pisapia rappresenta, per il gruppo dirigente del Pd, “una secca sconfitta”, che si somma “alla vittoria di Nichi Vendola in Puglia contro il candidato ufficiale del Pd”, e al “successo, anche se per ora solo mediatico, della rivolta capeggiata dal sindaco di Firenze Matteo Renzi”.

Non solo: per il politologo, “se la politica italiana è, come è, alla deriva, se la rottura del Pdl e il possibile declino di Silvio Berlusconi preannunciano una crisi di sistema destinata ad avere ripercussioni ovunque, è difficile pensare che possa cavarsela un partito di opposizione così mal messo come il Partito democratico. Talmente mal messo da non aver saputo nemmeno approfittare, in questi anni, della crisi economica per rimontare nei sondaggi”.

Panebiuanco sottolinea come siano falliti i tentativi di aggregazione sia da parte del Pdl, a destra, sia da parte del Pd, a sinistra. L’inizio del declino del Partito demicratico risalirebbe all’inverno 2007-2008, quando fallirono le trattative tra Veltroni e Berlusconi per una riforma del sistema elettorale a favore dei grandi partiti. La riforma fallì, portando con sé anche la possibilità di un bipolarismo.

Così i due partiti maggiori, sostiene Panebianco, si sono ritrovati ostaggio di quelli più piccoli di Casini, Fini, Di Pietro e Vendola.

A lamentarsi della situazione uscita dalle primarie sono anche gli esponenti del mondo cattolico: “Se si fosse ragionato per tempo avremmo potuto investire sulla candidatura di Valerio Onida, che avrebbe unito tutti”, lamentano. E Rosy Bindi fa sapere: “Avevo consigliato il mio partito di non schierarsi nelle primarie, perché c’erano tre candidati autorevolissimi. I dirigenti locali hanno deciso il contrario ed era inevitabile sostenere la loro scelta. Ora immagino ne trarranno le conseguenze”.