Processi, Cosentino, immunità: Fini pareggia fuori casa da Berlusconi. E Minzolini…

Pubblicato il 10 Novembre 2009 16:08 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2010 12:57

Domandatelo in Parlamento, domandatelo ai giornalisti: tutti vi diranno che Gianfranco Fini conta come il due di coppe a briscola quando regna bastoni, cioè poco o niente. Dietro di lui appena una manciata di parlamentari della maggioranza, con lui una quota non così ristretta ma certamente minoritaria dell’elettorato e dell’opinione pubblica di centro destra. Tutti lo dicono perché è sostanzialmente vero, numeri alla mano. Ma, contrariamente a quanto si dice e si pensa, la politica non è solo e sempre un campionato dei numeri. E infatti stavolta il debole Fini ha ottenuto un pareggio fuori casa che ha il sapore e la consistenza della vittoria.

Se non rovesceranno di nuovo le carte, la legge che arriva sulla giustizia stabilisce che nessun processo può durare più di sei anni, presumibilmente due anni per ogni grado di giudizio. Cosa buona e giusta, magari si facesse. Buona e giusta per tutti, non solo per Berlusconi e i suoi processi. Una legge che non è quella che Berlusconi voleva e che il suo avvocato Ghedini aveva già scritto, entrambi volevano un’altra cosa. Volevano che la prescrizione, quel meccanismo a tempo che limita la durata dei processi ad un confine temporale oltre il quale il processo decade, corresse anche quando il processo era fermo o sospeso. «Prescrizione breve» era il nome. Questa nella legge in arrivo non c’è più. Eppure era l’unica garanzia certa perché i processi di Berlusconi evaporassero di sicuro. Insieme con i processi del premier sarebbero però evaporati tutti i processi in corso per corruzione, truffa, bancarotta e altri reati. Sarebbe stata un’amnistia. Bene, la legge voluta da Fini aiuta certo anche Berlusconi che probabilmente ce la farà a vedere i suoi processi svanire nel tempo che passa. Però con la regola del «mai più di sei anni» per un processo si evita al paese il danno di un’amnistia, lo scandalo di un’amnistia mascherata e si dà al paese una regola giusta, razionale, necessaria.

Non solo, pare proprio che la regola del “mai più di sei anni” varrà solo per gli imputati incensurati, altra misura corretta e decente. E la regola ributta la palla nel campo dei magistrati: dovranno mostrare di essere disponibili e capaci di applicarla nell’interesse generale. Potranno chiedere fondi e risorse, non potranno fare muro in nome della palese ingiustizia di una regola a vantaggio di uno e a danno di tutti.

C’era poi un quasi candidato del Pdl alla guida della Regione Campania. Oggi fa il sottosegretario al governo. Si chiama Cosentino e da settimane Fini va dicendo che non era il caso di candidarlo perché, parole sue, «non è come deve essere la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto». Berlusconi invece su Cosentino non aveva da settimane prodotto neanche un sospiro, men che mai un dubbio. Ora la magistratura ha chiesto l’arresto di Cosentino per rapporti di affari e di organizzazione con il clan dei casalesi. Con tutta probabilità il Parlamento negherà l’autorizzazione a procedere per Cosentino, ma Fini, uscendo dall’incontro con Berlusconi, ha detto: «La sua candidatura è fuori dal novero delle cose possibili». E così è, nonostante il solito Ghedini abbia sostenuto indignato la singolare tesi per cui, siccome lo sapevano tutti che Cosentino stava per essere incriminato, Cosentino è di sicuro innocente. Come dire: se lo sanno tutti che stanno venendo a prenderti i Carabinieri, allora questa è la prova che sei un gentiluomo.

Fini ha giocato fuori casa, a casa del più forte Berlusconi e non ha incassato neanche una rete. Conterà poco sul piano dei numeri ma stavolta ce l’ha fatta. Perché aveva in squadra il buon senso, la misura, l’opportunità. Oggi sembra strano, ma la politica è fatta anche di questo.

Berlusconi e Fini hanno parlato anche di immunità parlamentare, qui è stato Berlusconi a non farsi fare gol. Vuole, insieme a quasi tutto il Pdl, una qualche “copertura” per i parlamentari rispetto all’azione della magistratura. In qualche modo l’avrà. Il perché lo ha spiegato in diretta tv il direttore del Tg1 Augusto Minzolini: perché mai più possa ripetersi Tangentopoli e perché mai più la politica possa trovarsi a perdere la partita anche se gioca fuori dalle regole. Minzolini ha fatto di più, ha detto che questo lo si fa non per la tranquillità della politica ma per la felicità e serenità dei cittadini.

Il giorno dopo tutti a discutere se Minzolini lo poteva o non lo poteva fare. Certo che lo può fare, è un editoriale da ultras ma è un libero editoriale. Ci si potrebbe attendere che il direttore del Tg1 non sia un ultras ma, se lo è, non si può certo zittirlo. Più interessante e sottile è capire perchè lo fa. La risposta è: perchè lo ha sempre fatto. Non tanto l’ultras quanto il giornalista politico all’italiana. Un’intera generazione, di cui Minzolini è stato il campione ricosciuto e rispettato, è stata allevata all’idea che sentire, spesso origliare quel che il potente soffia, sbuffa o dichiara sia l’acme e il trionfo della professione. Ascoltare e riportare: questo è il giornalismo politico premiato non solo dai potenti ma anche in redazione. Ascoltare e riportare le parole. Parole che non devono mai subire la verifica e il setaccio dei fatti. Questa la lezione comune e accettata. Per decenni Minzolini e tanti altri come lui hanno fatto i registratori viventi e gli altoparlanti di ruolo. Anche quelli che non riportavano le parole di Berlusconi. Anni e anni così, anni di premiata contiguità con il potente forgiano un’intera generazione di Minzolini che infatti era una “firma” riconosciuta e premiata prima ancora del suo outing di militanza ultras pro Berlusconi. Ora Minzolini non origlia più, ascolta dal vivo. E fedelmente riporta. Difficile, impossibile spiegargli che questo è un degno mestiere ma un mestiere altro dal giornalismo. Come glielo spieghi se così fan, quasi, tutti i giornalisti politici considerati, a destra o a sinistra, “bravi”?