Processo Imi-Sir, Corte Strasburgo: ricorso Previti inammissibile

Pubblicato il 19 Gennaio 2010 12:46 | Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio 2010 13:26

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato martedì mattina inammissibile il ricorso presentato nel 2006 da Cesare Previti in seguito alle vicende giudiziarie relative al processo Imi-Sir. Lo rende noto l’Ansa.

Nel ricorso, Previti sosteneva che era stato violato il suo diritto a un equo processo e il suo diritto a non essere punito in assenza di legge. Secondo il ricorrente era stato inoltre violato il suo diritto al rispetto della vita privata.

Nel suo ricorso Cesare Previti aveva sostenuto che per una serie di ragioni il processo Imi-Sir, in cui era stato accusato di aver corrotto un giudice, non era stato equo. La non equità, secondo Previti, era da ricercare nella sua inabilità ad accedere a determinati documenti, nel fatto che non aveva potuto presenziare ad alcune delle udienze perché altrimenti impegnato in attività parlamentari, nell’ambiguità delle accuse, nella non giurisdizione del tribunale di Milano.

Ma in particolare la violazione di un equo processo secondo Previti era legata alla mancanza di imparzialità del Tribunale di Milano. A suo avviso, inoltre, i giudici coinvolti sia nelle indagini che nel processo erano politicamente a lui avversi e avevano apertamente e pubblicamente criticato un disegno di legge che avrebbe avuto un effetto positivo sulla sua posizione nel caso Imi-Sir.

Ad avviso della Corte di Strasburgo, anche se sarebbe stato preferibile che i giudici che istruivano il caso assumessero un comportamento «più prudente nel rilasciare commenti, non c’è prova che le loro posizioni ideologiche abbiano prevalso sul giuramento di imparzialità fatto al momento di prendere servizio».

Inoltre, la Corte di Strasburgo ha sostenuto che le critiche avanzate su un disegno di legge da gruppi di magistrati «non è di per sé un fatto capace di influire negativamente sull’equità di un processo in cui quanto previsto da quel disegno di legge potrebbe applicarsi».

I giudici di Strasburgo hanno quindi dichiarato manifestamente «infondata» questa parte del ricorso.

Processo Imi-Sir. La vicenda giudiziaria Imi-Sir si concluse nel 2006 con il verdetto della Corte di Cassazione che confermò la condanna per Cesare Previti a 7 anni di reclusione per corruzione in atti giudiziari.

La causa Imi-Sir è la storia del lungo scontro giudiziario tra il gruppo chimico Sir della famiglia Rovelli e l’Istituto Mobiliare Italiano. Una storia durata 12 anni, passata attraverso tre gradi di giudizio e una cinquantina circa di magistrati.

Tutto inizia quando, agli inizi degli anni ’80, il gruppo Sir crolla sotto il peso di un indebitamento pari a circa 3000 miliardi delle vecchie lire.  Ad iniziare la “guerra” in Tribunale è Nino Rovelli: nel 1982 accusa l’Imi di aver fatto affondare il suo impero della chimica negandogli un credito che gli era stato promesso.

Per anni le parti si fronteggiano a suon di carte bollate in diversi gradi di giudizio. Per arrivare alla parola “fine” bisognerà però attendere dieci anni, dodici dal fallimento della Sir. Nel 1992 la Cassazione “chiude il cerchio”: l’Imi perde. L’Istituto Mobiliare Italiano viene giudicato responsabile di non aver rispettato gli accordi finanziari che erano stati raggiunti, e viene condannato ad un risarcimento di circa mille miliardi delle vecchie lire.

Poco prima della vittoria, Nino Rovelli muore, lasciando alla moglie, Primarosa Battistella, e al figlio Felice, da anni in America, il compito di tirare le ultime fila della vicenda. Tutto finito? No, perchè gli inquirenti milanesi “riscrivono” l’intera causa giudiziaria inserendo un capitolo fatto di interessi e intese personali, mazzette e accordi illeciti.

Secondo i pm Ilda Boccassini e Gherardo Colombo la famiglia Rovelli «comprò la sentenza decisiva a suon di bustarelle» dando incarico agli avvocati romani Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora di corrompere i giudici Renato Squillante, Vittorio Metta e Filippo Verde (che in primo grado è stato assolto).

La prova, sempre secondo l’accusa, starebbe in quella pioggia di miliardi che due anni dopo la sentenza, nel 1994, viene versata sui conti esteri degli imputati: 21 miliardi a Cesare Previti, 33 miliardi ad Attilio Pacifico, e 13 miliardi a Giovanni Acampora. I giudici, in primo grado, danno ragione ai pm.