Procura di Bari impugna il proscioglimento del ministro Fitto

Pubblicato il 7 Maggio 2010 18:16 | Ultimo aggiornamento: 7 Maggio 2010 18:50

Raffaele Fitto

La procura di Bari ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza del gup di Bari Rosa Calia Di Pinto che l’11 dicembre 2009 ha prosciolto da cinque reati il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, rinviandolo a giudizio per altre sei imputazioni.

I fatti si riferiscono al periodo 1999-2005, quando Fitto era governatore della Puglia, e si prescriveranno quasi tutti nel 2012.

La procura chiede alla Suprema Corte l’annullamento della sentenza di proscioglimento dai reati di associazione per delinquere, concussione e per tre episodi di falso. Evidenzia per questo “pretermissioni qualitative e quantitative” da parte del giudice che – secondo la procura – ha tenuto conto in buona parte della memoria difensiva di Fitto, tralasciando molte intercettazioni “significative”.

Nel ricorso si sottolineano infatti tre presunti errori di citazione compiuti dal giudice, riferiti a tre telefonate che nulla hanno a che vedere con la posizione del ministro. Questi errori – viene fatto rilevare – sono contenuti anche nella memoria difensiva.

Fitto è a giudizio per due episodi di corruzione, tra cui la presunta mazzetta da 500mila euro ricevuta dall’editore romano Giampaolo Angelucci per l’illecito finanziamento al suo partito ‘La Puglia Prima di Tutto’, un peculato e due abusi d’ufficio.

Il procedimento riguarda l’esistenza di un’associazione per delinquere finalizzata ad assicurare alla Fiorita le concessioni di servizi di pulizia, sanificazione ed ausiliariato da parte di enti pubblici e di Ausl pugliesi, e l’affidamento di un appalto da 198 milioni di euro ad una società di Angelucci per la gestione di 11 Residenze sanitarie assistite.

La sentenza di proscioglimento – riferiscono fonti della procura – è affetta da “pretermissione di valutazione quantitativa e qualitativa”, cioè analizza solo otto delle centinaia di telefonate intercorse tra Fitto e i fratelli Dario e Piero Maniglia, amministratori della Fiorita, che – secondo l’accusa – sono alla base della partecipazione di Fitto all’associazione per delinquere.

Nel ricorso si parla infatti di “pretermissione di valutazione sulla suscettibilità di sviluppo a dibattimento per almeno 300 telefonate” tra Fitto e i Maniglia che – secondo l’accusa – hanno vinto illecitamente appalti per 31 milioni di euro. I pubblici ministeri Roberto Rossi e Renato Nitti nel ricorso alla Suprema Corte sottolineano anche la “pretermissione qualitativa” della sentenza, a proposito dei sei episodi, non presi in considerazione dal giudice, dai quali emergerebbe il coinvolgimento di Fitto nel sodalizio criminale.

Proprio con riferimento al reato di associazione per delinquere, il giudice ha ritenuto che l’accusa si è basata su elementi probatori che sono “allo stato incerti e contraddittori” e che “appaiono inidonei a determinare il passaggio al giudizio perché non si appalesano suscettibili di ulteriore sviluppo nella istruttoria dibattimentale, ma al contrario risultano sconfessati da elementi di segno contrario”.