Quel che dobbiamo a Simone, il bimbo che indica la bara e chiama “papà”

di Lucio Fero
Pubblicato il 21 Settembre 2009 14:47 | Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre 2010 18:59

La prima volta l’ho visto in tv, nei telegiornali della domenica sera. La prima volta che l’ho visto, quel bambino, qualcosa mi ha asciugato, raschiato la gola nonostante la consueta pioggia di sciroppo retorico che la tv produce in queste circostanze. La prima volta mi ha dato una punta di disagio, anzi no, di malessere, anzi, dico la verità, di autentico dolore vedere quel bambino di due anni con in testa il basco del papà morto. Mi sono detto: è la prima volta, ti fa questo effetto perchè non te l’aspettavi e perché un bimbo commuove sempre.

La seconda volta l’ho rivisto ai tg della notte, ho guardato quel suo piccolo dito indicare qualcosa, la bara del papà e le mie orecchie hanno sentito davvero quel che la tv non trasmetteva, ho sentito la voce di quel bimbo dire: “Papà”. E allora il groppo alla gola si è ripresentato, più stretto. Ho stretto un po’ le mie di mani, le ho chiuse per un momento a pugno perché qualcosa mi graffiava, da dentro.

Poi, al mattino dopo, l’ho riletta la scena e la sequenza, sui giornali. La mamma, Stefania, che spiega a Simone che il papà è lì dentro, Simone che lo chiama senza strazio ma con la naturale e assoluta voglia di bimbo, la zia che dice: “Papà sta facendo le ninne”. E anche alla terza, alla quarta e alla quinta volta, ogni volta che rileggevo, quel bambino era almeno un po’ mio figlio, mio nipote, me stesso.

Ho un debito verso Simone, lo abbiamo tutti. Quello di garantirgli la relativa sicurezza economica che Roberto Valente, il padre, non potrà più dargli? No, non parlo di questo. Simone e sua madre in qualche modo verranno assistiti. Con burocratica avarizia, ma lo saranno. Ma non è questo che dobbiamo a Simone, anche fosse coperto d’oro a vita, non c’è risarcimento possibile e, comunque, non è questo il debito che abbiamo contratto con lui.

Altro è il debito è già non lo stiamo onorando, già evitiamo di pagarlo. A Simone dobbiamo l’onore, la fatica e la coerenza della verità. La verità della morte di suo padre. Che non è morto in una “tragedia” come dicono i cronisti e gli assemblatori di format tv. Che non è morto in maniera “assurda” come ripete la gente, pronunciando quell’aggettivo, “assurdo”, come fosse uno scongiuro. Il papà di Simone è morto in guerra, in una guerra giusta, onorevole, necessaria. E quand’anche fosse guerra sbagliata nei metodi di conduzione e infarcita di errori di strategia, questo non muta di un millimetro e di un grammo la sostanza della guerra per il cui il papà di Simone era partito.

Sapeva di poter morire, lo aveva detto e scritto. Lo sapeva lui e lo sanno tutti i soldati che vanno a combattere. Quell’abile e rispettato politico che di fronte alla sua bara dice: «Avevo votato anch’io per farli partire, ma non per farli morire» offende la vita più che la morte del soldato Valente, dell’italiano Valente e degli altri come lui. Bossi lo fa in buona fede e in coscienza. Il che è aggravante e non attenuante. Quando un giorno spiegheranno a Simone i suoi due anni all’aeroporto davanti alla bara del padre, lo facessero con le parole di Bossi resterebbe a quel bimbo diventato adulto la “spiegazione” di una morte senza un perchè.

Falso e pure intollerabile. Vanno a combattere e talvolta a morire per i “fatti propri” della gente che non sa e non vuol sapere, non capisce e non vuol capire. Vanno a combattere e talvolta morire non solo per gli afghani, di cui la gente in fondo se ne frega, ma per la gente, quella italiana. Quella che grida “ritirateli” pensando di onorare la memoria dei soldati e invece così facendo i soldati li tradisce e ferisce. Quella gente da cui esce quello che grida: «Pace subito» ai funerali, pensando di essere testimone dell’unica buona causa e difensore di ultima istanza della vita dei soldati e invece è un disperato che non sa e non vuole sapere non solo cosa è davvero la guerra ma anche cosa è davvero la pace.

A Simone dobbiamo, dovremmo quel che non gli stiamo dando. Non la pietà e la compassione, non la paura che in fondo fingiamo per quelli che fanno il mestiere del suo papà ma che invece proviamo per noi stessi. Paura che soffoca la nostra ragione e ottunde, devia anche le nostre emozioni. Gli dovremmo a Simone, gli avremmo dovuto una città piena di bandiere tricolori alle finestre, bandiere che invece a Roma non c’erano. Gli dovremmo la verità e l’onore di aver un papà morto combattendo per noi e non morto per sbaglio, incidente o tragedia.