Qui si fa Tv, non si parla di politica: si cerca di fermare il “Format delirio”

Pubblicato il 11 Febbraio 2010 16:05 | Ultimo aggiornamento: 11 Febbraio 2010 17:20

Il presidente Rai Garimberti e il presidente Mediaset Confalonieri

Sergio Zavoli sta tentando di trovare una mediazione, una soluzione, qualcosa… Ma  il “regolamento per la par condicio”, quello sterminato testo votato dalla Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai che di fatto rende impossibili e quindi spegne per un mese le trasmissioni giornalistiche che parlano di politica, è un macigno difficile da aggirare o rimuovere. È pubblicato in Gazzetta ufficiale e sarà difficile modificarlo. I talk show politici, che il premier Silvio Berlusconi ha ribattezzato «pollai televisivi», nell’ultimo mese di campagna elettorale in vista delle Regionali del 28 e 29 febbraio non andranno in onda, almeno non nella versione finora conosciuta. Potranno, regolamento alla mano, continuare ad essere trasmessi solo se non si occupano di politica o, se lo fanno, ospitando contemporaneamente tutti i rappresentanti di tutte le forze politiche in Parlamento. Un ” format delirio”.

Questo in Rai, ma anche a Mediaset dovranno darsi una “regolamentata”, dato che l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni ha dato disposizioni in certa misura analoghe anche per le tv private.

I conduttori nel mirino insorgono, da Giovanni Floris di “Ballarò” che parla di “bulimia” dei partiti, a Michele Santoro di “Annozero” che sottolinea l’abuso di potere sulla Costituzione, passando per Bruno Vespa e il suo “Porta a Porta” che reputa grave l’azzeramento dei programmi prima del voto. Il mondo politico si infiamma e il Pd chiede un passo indietro.

Il segretario democratico Pier Luigi Bersani attacca: «La decisione della Vigilanza va rivista, perchè tocca profili di libertà. Non vedo incompatibilità tra il mantenimento di trasmissioni di approfondimento giornalistico affidate alla responsabilità dei conduttori e all’osservanza della Vigilanza e l’apertura nel palinsesto di finestre elettorali che mettano tutte le forze in parità di condizioni», dice Pier Luigi Bersani. Il responsabile comunicazioni, Paolo Gentiloni, parla di «regolamento anticostituzionale». L’Italia dei Valori incalza, con Pancho Pardi che definisce la decisione della Vigilanza «il periodo più oscuro della Seconda Repubblica».

Di tutt’altro parere Berlusconi che benedice il regolamento votato a maggioranza con i voti del centrodestra e del relatore Marco Beltrandi (radicale eletto nelle file democratiche), e con la decisa opposizione del Pd, che ha abbandonato i lavori. Per il presidente del Consiglio non è «nè scandaloso nè preoccupante», ma poi rilancia la necessità di «abolire» una legge «liberticida e assurda», non il regolamento adottato, ma la “par condicio”.

«Credo che nella decisione abbia pesato il fatto che la classe politica si proponga in trasmissioni pollaio e che queste risse continue abbiano contribuito molto ad abbassare il livello dell’apprezzamento della politica da parte dei cittadini». Ecco perchè «per decoro» è «un bene che certe trasmissioni siano diverse», spiega Berlusconi.

Il promotore della norma, Beltrandi, è soddisfatto:  «Sarà snaturata la licenza di arbitrio assoluto di cui i conduttori hanno goduto sino ad oggi», commenta il radicale.

Allora tra circa due settimane ci sarà lo stop ai talk show? Chi ha da subito impugnato la protesta, i giornalisti Rai, i consiglieri di opposizione in Cda, il presidente Paolo Garimberti, ha qualcosa a cui appigliarsi: c’è contrasto tra le norme della Vigilanza e la legge sulla par condicio, che distingue informazione e comunicazione politica. La differenza è confermata dalla Consulta, chiamata nel 2002 a pronunciarsi sul rischio che le regole sulla comunicazione politica fissate dalla par condicio limitassero le libertà sancite dall’art. 21 della Costituzione: «Questo rischio – ricorda Gentiloni – non sussiste», perché secondo la Corte «i criteri stringenti che valgono per la comunicazione politica non si attagliano ai programmi di informazione».

Intanto gli “anchormen” in prima linea hanno dato un ultimatum alla Rai, che ha meno di 48 ore di tempo per decidere cosa fare. Guidati dal sindacato (Fnsi-Usigrai) sono pronti, oltre allo sciopero, a scendere in piazza contro quello che ormai è stato ribattezzato l’editto di San Macuto, segno di un «un clima pesante, insostenibile attorno al mondo dell’informazione, ma non solo: la mossa della Vigilanza è anche uno schiaffo ai cittadini. Insomma, questo regolamento è il frutto avvelenato di una politica arrogante», come sottolinea Roberto Natale, presidente del sindacato unitario.

Se nulla cambia,  e Pdl e Lega sono convinti che nulla debba cambiare, al posto di Ballarò, Annozero, Porta a Porta e altre analoghe trasmissioni ci saranno le Tribune Politiche sostanzialmente gestite dai partiti. E neanche tutti, il regolamento esclude quelli che non hanno ottenuto il quattro per cento dei voti. Si arriva così all’assurdo per cui la legge elettorale per le regionali consenti a partiti che non superano questa soglia di ottenere seggi nelle assemblee mentre il “regolamento” sbarra loro l’accesso in tv, nella tv pubblica.