Randellate tra Repubblica e Antonio Ingroia

Pubblicato il 13 aprile 2013 9:42 | Ultimo aggiornamento: 13 aprile 2013 9:42
Randellate tra Repubblica e Antonio Ingroia

Antonio Ingroia

ROMA – Randellate tra Repubblica e Antonio Ingroia. Il randello principale è quello di Francesco Merlo, che su Repubblica di venerdì 12 aprile ha attaccato il magistrato in un editoriale del titolo “Il finale grottesco del giudice Ingroia”. Ovviamente è arrivata la replica del diretto interessato, seguita dalla contro replica di Merlo.

Nel suo editoriale Merlo scrive:

Sembra il giudice che Silvio Berlusconi si inventa per screditare tutti i giudici. E spiace moltissimo sentire gli sghignazzi volgari della destra – “Vai a lavorare” era il titolo delGiornale di ieri – non perché Antonio Ingroia non li abbia colposamente attratti, ma perché l’Antimafia non merita il danno epocale che le sta procurando Ingroia. Anche come perdente, infatti, questo giudice siciliano si sta dimostrando terribilmente inadeguato quale che sia l’esito finale della sua triste parabola di autodistruzione: la politica, la magistratura, la direzione dell’Equitalia siciliana e non come lui ingordamente avrebbe voluto, tutte e tre le cose. E cominciamo col dire che sembra un personaggio di “Benvenuti al Nord” quando disprezza la sede giudiziaria di Aosta, assegnatagli dal Csm perché è la sola dove lui non si era presentato alle elezioni e dunque l’unica disponibile per regolamento: «Ci vado volentieri: tre o quattro giorni, ma in villeggiatura, a passeggiare, non a perdere tempo, a scaldare la sedia ».

È strano che i magistrati di Aosta, trattati come pensionati alle terme di Montecatini, non abbiano chiesto al Csm di tutelare la loro reputazione come ha fatto, per molto meno, il procuratore Giancarlo Caselli dopo le dichiarazioni in tv del presidente del Senato Piero Grasso. L’idea che ad Aosta i giudici si misurino con l’ozio muscolare è un pregiudizio “enantiodromico” direbbero gli psicoanalisti, che si rovescia cioè nel suo opposto: i giudici aostani si rinvigoriscono con atletiche e salutari passeggiate al freddo come i pm di Palermo, indolenti e sciroccati, si dissipano in sbadigli al sole e lunghissime pennichelle nel meriggio.

La replica di Ingroia arriva il giorno dopo, con una lettera a Repubblica: 

5 x 1000

Caro direttore, se avessi voglia di scherzare, potrei dire che da giudice clemente, di fronte al pezzo di Francesco Merlo, forse rilevereiil difetto di dolo.Ma, avendo fatto il pm per venticinque anni, non posso dimenticare il principio “ignorantia legis non excusat” e che a un giornalista non si può scusare neppure l’ignoranza dei fatti e delle persone. Però, di fronte ad un articolo così c’è poco da scherzare, e quindi tralascio il tono di dileggio che credo di non meritarmi e mi limito a ristabilire la verità dei fatti. Merlo mi definisce «perdente» e parla di «triste parabola di autodistruzione». Se si riferisce all’esito elettorale, la sconfitta è innegabile, anche se non si può ignorare che è stata frutto anche delle difficili, quasi proibitive, condizioni esterne in cui è maturata, alleanze mancate comprese, e della peggior legge elettorale immaginabile che ha portato in Parlamento drappelli di eletti in liste che hanno riportato centinaia di migliaia di voti in meno di Rivoluzione civile.

Se si riferisce ad altro, vorrei ricordargli che tutti i processi e le indagini di cui mi sono occupato hanno avuto importanti conferme processuali. Dalla condanna definitiva di Contrada, alle varie condanne di Dell’Utri fino al recente rinvio a giudizio di tutti gli imputati del processo della “trattativa Stato-mafia”. Quindi, non so di quale parabola parli. La mia ormai lunga carriera di magistrato antimafia, con tutti gli annessi e connessi (vita blindata ventennale, esposizione permanente, attacchi delegittimanti, etc.) forse meriterebbe maggiore rispetto, ed è amaro che debba essere io a rammentarlo.

La contro replica di Merlo: 

Caro Ingroia, ricostruisca i fatti come le pare, ma eviti di aggiustare le mie parole per la sua comodità polemica. Nel mio articolo non c’erano né il dileggio né la malevolenza né il mancato riconoscimento della sua biografia antimafia. C’era invece l’esplicito e dolente rammarico che una storia come la sua sia finita nel canovaccio grottesco della politica politicante. Anche questa lettera, con le precisazioni da tribuna politica, suona triste alle mie orecchie. Infine: io rispetto la sua buona fede, lei impari a rispettare la mia.