Aziende pubbliche, porte riaperte ai politici “trombati”. Effetto collaterale del referendum sull’acqua

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 16 Giugno 2011 15:30 | Ultimo aggiornamento: 16 Giugno 2011 15:30

ROMA – Undicimila posti sparsi nei consigli di ammnistrazione di quasi 4.500 società che tornano a disposizione dei politici “trombati”. E’ “l’effetto collaterale” della battaglia sull’acqua pubblica che, nel primo dei quesiti votati domenica e lunedì, ha cancellato la riforma del 2008 e il decreto Ronchi del 2009. Con loro se ne va anche il regolamento attuativo, che dall’anno scorso aveva provato a bloccare le porte girevoli fra enti locali e partecipate. Porta che ora si sono inaspettatamente spalancate di nuovo. A Torino ad esempio i primi dei “non eletti” già scalpitano e prenotano incarichi nelle società partecipate dal Comune, c’era una volta il divieto per chi si era candidato alle elezioni.

Le migliaia di sindaci, presidenti di Provincia, assessori e consiglieri che hanno dovuto dire addio all’incarico dopo le elezioni di maggio hanno ora una seconda, insperata, chance: si riaprono per loro le porte dei consigli di amministrazione delle società partecipate dalle amministrazioni locali.

All’indomani delle amministrative dello scorso mese, che ha coinvolto il 15% degli enti locali italiani, tra spoil system e mandati in scadenza naturale, si possono stimare 1.500/2000 posti in palio nei prossimi mesi solo nelle società, all’interno di una partita che in tutti i Comuni e le Province vale oltre 11.500 posti (più altri 7mila nei consorzi). A offrire, involontariamente e inconsapevolmente, questa seconda opportunità agli ex politici sono i 25,9 milioni di “sì” ottenuti dal primo quesito referendario, intitolato “privatizzazione dell’acqua” ma che in realtà chiedeva l’abolizione dell’intera disciplina recente dei servizi pubblici locali. Con la “semi-riforma” del 2008 e la riscrittura del decreto Ronchi nel 2009, il referendum ha buttato a mare anche tutti i regolamenti attuativi, compreso quello che provava a impedire ai politici non rieletti, e ai loro amici, di ricollocarsi nei consigli di amministrazione delle partecipate.

Non che la griglia delle incompatibilità introdotta dai decreti attuativi avesse le maglie strettissime, ma era di certo meglio di niente. Varata nel settembre 2010, con appena due anni di ritardo sul calendario previsto che aveva salvato i rinnovi legati alle amministrative 2009 e 2010, il regolamento era stato oggetto di un braccio di ferro infinito e di continue riscritture.La regola finale era semplice: qualsiasi amministratore locale, in giunta o in consiglio, in maggioranza o in opposizione (per evitare spinte nella carriera favorite da un rovescio elettorale che porta l’ex minoranza a gestire l’ente), avrebbe dovuto fermarsi per almeno tre anni prima di ambire a una poltrona in consiglio di amministrazione. La stessa regola poi doveva applicarsi a chi avesse ricoperto un incarico in una delle 337 Unioni che raggruppano 1.708 Comuni italiani (più di un quinto del totale) e chiudeva le porte dei cda per un triennio anche a chi avesse preso posto in una commissione di gara organizzata dalla stessa società.

La larga vittoria del “sì” nel primo quesito referendario ha cancellato tutto questo e ha restituito libertà totale nelle nomine, cancellando inoltre anche tutti i limiti alle incompatibilità di “secondo livello”, meno visibile rispetto a quello relativo ai consigli di amministrazione ma ugualmente importante per una gestione il più possibile libera da conflitti di interesse. Dopo essersi occupato dei cda, infatti, il regolamento cancellato insieme alle norme a cui si riferiva impediva anche di affidare incarichi di gestione dei servizi nelle partecipate agli amministratori e ai dirigenti dell’ente socio, ai loro parenti fino al quarto grado, ai consulenti e ai collaboratori dell’ente locale e a chi avesse partecipato a commissioni di gara. Anche in questo caso, l’incompatibilità sopravviveva per tre anni al mandato politico o all’incarico amministrativo che l’aveva generata. Un terzo filtro agiva invece sulle commissioni di gara, e impediva l’accesso a tutti i dipendenti dell’ente e agli ex dipendenti usciti dal Comune o dalla Provincia negli ultimi due anni. Cancellata, infine, anche una norma entrata anche nell’agenda dei vari provvedimenti ‘anti-corruzione’ discussi ma mai approvati nell’ultimo anno, che avrebbe escluso dalle commissioni di gara chiunque avesse concorso, in base a una sentenza non sospesa, ad atti illegittimi in precedenti selezioni.

Dopo questa sforbiciata, l’unica incompatibilità rilevante che rimane in vigore nell’ordinamento delle partecipate è quella introdotta nel 2007 che impedisce di far sedere nei cda chi ha chiuso bilanci in perdita negli ultimi tre anni. Rimane, ma molto in teoria… La regola, introdotta dall’allora ministro per gli Affari regionali e Autonomie locali, Linda Lanzillotta, all’inizio aveva creato un dibattito acceso ma è poi stata progressivamente attenuata, sbarrando la strada per esempio ai soli amministratori protagonisti di bilanci con perdite crescenti, e appare ora praticamente accantonata nella prassi.