Regionali, una prova politica: affluenza alle urne in calo di 9 punti rispetto al 2005

Pubblicato il 28 Marzo 2010 21:05 | Ultimo aggiornamento: 29 Marzo 2010 15:12

Un calo importante dell’affluenza alle urne: alle 22 di domenica sera è questo il dato che si impone. Un dato che viene strillato scorrettamente dai grandi quotidiani  (vedi Repubblica e La Stampa) che titolano  “-9%”. In realtà sono 9 punti percentuali di meno che si traduce in -16% circa di contrazione rispetto a quel 56% di votanti del 2005 preso come giusto termine di paragone.

Forse la primavera, forse l’ora legale o ancora la sfiducia: l’affluenza alle urne è bassa, in calo di 9 punti rispetto alle elezioni regionali del 2005, il dato aggiornato alle 22 di domenica è del 47% dei votanti contro il 55,95% del voto precedente. Nel Lazio si registra il passivo più pesante: 12 punti percentuali di differenza.

Lunedì 29 i seggi hanno riaperto alle 7 e si potrà votare fino alle 15, poi comincerà il conteggio delle schede.

Oltre che per le regionali, si vota anche in 4 province e 462 comuni e anche queste consultazioni amministrative vedono una notevole diminuzione di votanti, nell’ordine dei 3-4 punti.

Per effetto delle leggi elettorali locali, Toscana, Marche, Calabria e Puglia hanno comunicato autonomamente i dati relativi al proprio territorio. Al ministero dell’Interno affluiscono invece le cifre di Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Umbria, Lazio, Campania e Basilicata.

Origine dei dati a parte il trend generale è di un’affluenza alle urne sempre più contratta. A non mancare all’appuntamento ai seggi sono stati i big  della politica nazionale: Silvio Berlusconi alle 11.45 ha votato a Milano («Se molliamo ci troviamo Di Pietro», ha dichiarato il premier), e Pierluigi Bersani a Piacenza, che interpellato sulla campagna elettorale ha detto: «Poteva essere migliore se ci fosse stato un confronto diretto tra i contendenti».

Sono 41 milioni gli italiani chiamati a scegliere i governatori di 13 Regioni. In ballo non c’è solo il voto a livello locale, e non c’è solo nemmeno l’assetto politico del Paese. Su queste elezioni pesa anche l’incognita del nuovo grande partito dell’astensione, che nella vicina Francia ha superato la metà del corpo elettorale: con l’astensione molti cittadini esprimeranno il loro voto di sfiducia complessivo nei confronti della classe politica nel suo insieme. Si tratta di un atteggiamento molto diffuso quanto pericoloso, perché la assenza dalle urne e il mancato esercizio di un diritto fondamentale può alimentare propositi molto cattivi in anime nere, di cui, in giro per il mondo e anche per l’Italia, c’è abbondanza.

CURIOSITA’ ALLE URNE Tra le curiosità che arrivano dalle Regioni, da segnalare la protesta in Calabria degli abitanti di Bocchigliero, piccolo comune del Cosentino, che si sentono abbandonati dallo Stato e hanno disertato le urne: solo 8 elettori su 2.594 si sono presentati ai seggi.

In Emilia-Romagna per la prima volta votano anche gli oltre 16.000 elettori concentrati nei sette comuni della Valmarecchia passati recentemente dalle Marche al Riminese. Pochi alle urne anche in Lombardia, dove i giovani, se non da elettori, si sono recati ai seggi almeno come scrutatori. A Milano l’80% di quanti oggi e domani sono impegnati nelle sezioni elettorali ha meno di 40 anni. Sono studenti, lavoratori precari, disoccupati: in tempi di crisi, i 120 euro di compenso possono tornare utili.

GIOCHI-FORZA la posta in gioco è multipla: la fiducia nel governo di Silvio Berlusconi e le conseguenze nel Pdl, il destino del Pd guidato da Pierluigi Bersani, i prossimi giochi-forza tra il Pdl e la Lega di Umberto Bossi, pronta al grande sorpasso al Nord e decisa a prendersi Veneto e Piemonte. Dopo una campagna elettorale segnata da errori di percorso, liste depositate in ritardo e ricorsi al Tar, il Belpaese elegge 13 presidenti di Regione con i rispettivi Consigli regionali in Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria.

Le elezioni sono un vero e proprio banco di prova per maggioranza e opposizione: nessuno riuscirà di fatto ad aggiudicarsi il governo di tutte e tredici le Regioni ed è difficile che il centrosinistra mantenga le sue 11 guadagnate cinque anni fa rispetto alle 2 in mano al centrodestra (Lombardia e Veneto). Per il centrosinistra sarebbe una vittoria se finisse 9-4. Infatti si dà per assodato che oltre a Lombardia e Veneto, lascerà in mano al centrodestra anche Campania (sebbene De Luca sia in rimonta) e Calabria (dove l’Idv corre da sola).

In cinque Regioni, invece, sembra scontata la vittoria del centrosinistra: Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria e Basilicata. L’assetto politico nazionale risentirà dei voti nelle quattro Regioni ancora in bilico perché la vera partita si gioca in Liguria, Lazio, Puglia e Piemonte. Se il centrodestra riesce a vincere anche solo in due di esse farebbe un vero e proprio colpo: le più probabili potrebbero essere Lazio e addirittura Liguria, storica regione “rossa” dove il presidente uscente, Claudio Burlando del centrosinistra, si ricandida con l’appoggio dell’Udc. Il centrodestra propone invece Sandro Biasotti. Ma in Puglia la vittoria del candidato di sinistra Nichi Vendola non è affatto scontata. Lo sfidante Rocco Palese è in rimonta, ma a pesare è il fattore Adriana Poli Bortone: a chi toglierà i voti la senatrice “scissionista” del Pdl, appoggiata anche dall’Udc di Pier Ferdinando Casini?

Nel Lazio, invece, la candidata di centrodestra, Renata Polverini, era strafavorita dopo lo scandalo trans dell’ex governatore Piero Marrazzo, ma il caos liste del “pasticcione” Alfredo Milioni che ha causato l’esclusione della lista Pdl a Roma e provincia, l’ha sicuramente penalizzata. Resta dunque probabile un testa a testa con la candidata di centrosinistra Emma Bonino.

In Piemonte, invece, la tenuta del governatore uscente Mercedes Bresso, “deliziata” dalle offese del premier Berlusconi, sembrava inattaccabile ma l’avversario Roberto Cota potrebbe sfruttare il momento d’oro della Lega e soprattutto l’abilità degli uomini del Carroccio nell’ amministrare gli enti locali.

Pochi giorni fa il presidente del Consiglio aveva spiegato: «Se finisse 7 a 6 per il centrosinistra sarebbe una sconfitta clamorosa, un risultato decisamente inaccettabile». Evidentemente per Bersani non sarebbe così. Berlusconi e i suoi sognano un 10 a 3 oppure un 9 a 4, ma si accontenterebbero anche di un 8 a 5 perché comunque vada il centrodestra ha tolto agli avversari l’egemonia sulla maggior parte delle Regioni.