Renzi regola la fronda Minzolini-Mineo. Ma chi terrà i bersaniani su Italicum?

di Redazione Blitz
Pubblicato il 8 Luglio 2014 9:38 | Ultimo aggiornamento: 8 Luglio 2014 9:38
Renzi regola la fronda Minzolini-Mineo. Ma chi terrà i bersaniani su Italicum?

Renzi regola la fronda Minzolini-Mineo. Ma chi terrà i bersaniani su Italicum?

ROMA – Renzi regola la fronda Minzolini-Mineo. Ma chi terrà i bersaniani su Italicum? Ballano tra 50 e 60 il numero di voti della cosiddetta “fronda” per impedire la formazione di un Senato i cui rappresentanti non siano eletti (ddl Boschi-Calderoli) da parte dei dissidenti di Pd e Forza Italia: l’asse Minz-Min (Corradino Mineo, Pd e Augusto Minzolini, FI), tuttavia, non farebbe così paura, almeno in Commissione. Preoccupa di più, in prospettiva, l’ammutinamento dei bersaniani, molto forti numericamente, che se sul Senato non fanno barricate, rimettono in discussione il patto del Nazareno (Renzi-Berlusconi) sulla legge elettorale, l’Italicum, in cui vogliono introdurre o le preferenze o i collegi uninominali per evitare un Parlamento di “nominati” (nominati dalle segreterie) e scongiurare il rischio di presidenzialismo mascherato: a quel punto della discussione le due fronde (ma i bersaniani preferiscono farsi chiamare facilitatori piuttosto che dissidenti) avrebbero sì i numeri per far saltare tutto.

Matteo Renzi prepara il rush finale. Prima portiamo a casa il Senato. Nel giorno in cui incassa una “vittoria” con l’apertura del M5S sulla legge elettorale, Matteo Renzi prepara il rush finale sulla riforma del bicameralismo. L’obiettivo, cui il governo punta con tutte le sue forze, è incassare il via libera della commissione entro la settimana e portare il ddl in Aula entro martedì prossimo, alla vigilia del Consiglio europeo. Ed è il tentativo in corso di rallentare, che a Palazzo Chigi fa più paura.

Perché sui numeri Renzi si sente solido: la fronda non cresce. Ma si registra il moltiplicarsi ogni giorno dei tentativi di rinviare, di prender tempo con il rischio di impantanare tutto. Sui contenuti della riforma non sposta di un millimetro la linea tracciata, il premier: no al Senato elettivo. E non reputa per ora necessario tornare a Palazzo Madama per partecipare all’assemblea dei senatori Pd convocata in serata. Da un lato perché i vertici del gruppo lo tranquillizzano sui numeri della fronda interna: non abbastanza nutrita da impensierire il governo e comunque destinata ad assottigliarsi al momento del voto in Aula.

Dall’altro lato perché il ‘redde rationem’ all’interno del gruppo è rinviato a quando, probabilmente non prima della prossima settimana, la riforma costituzionale arriverà in Aula. E’ a quell’assemblea, dove si voterà a maggioranza per decidere definitivamente la linea, che potrebbe partecipare Renzi, se le circostanze lo renderanno necessario. L’assenza del premier a questa assemblea convocata alla vigilia delle ultime votazioni in commissione, viene letta da Palazzo Madama anche come una volontà, da parte del premier, di non alzare i toni con l’intera pattuglia dei senatori Pd, anche considerato che la maggioranza di loro sta con lui.

I bersaniani riaprono la partita Italicum (legge elettorale). Ma la riunione, alla quale sono assenti i tre dissidenti Vannino Chiti, Felice Casson e Francesco Giacobbe, fa emergere il nuovo fronte interno che Renzi si trova a fronteggiare: quello guidato da Pier Luigi Bersani e da Area riformista per le modifiche all’Italicum, a partire dalle liste bloccate. Il ‘facilitatore’ Francesco Russo presenta in assemblea un documento per chiedere la modifica della legge elettorale.

“Se cambia l’Italicum si assottiglia il dissenso sul Senato elettivo”. E il tema viene sollevato, tra gli altri, anche dal bersaniano Miguel Gotor. “Se ci fosse un’apertura sulle modifiche all’Italicum credo che anche il fronte del dissenso sul Senato elettivo si assottiglierebbe”, ragiona il deputato Alfredo D’Attorre. Chi chiede modifiche all’Italicum non si iscrive al ‘partito’ dei dissidenti e assicura lealtà sulla riforma del Senato e volontà di non allungare i tempi. Ma la preoccupazione è che aprire il dossier subito porti proprio a questo. Se infatti sui numeri dell’Aula palazzo Chigi si sente solido, non nasconde i timori legati alla resistenza passiva delle burocrazie e al tentativo di rimandare le riforme.

I 5 Stelle scendono dal tetto. Sui tempi delle riforme Renzi in serata incassa anche le parole del capo dello Stato. Mentre in giornata vince il braccio di ferro con il M5S e ottiene risposta alle dieci domande poste dal Pd sulla legge elettorale. I 5 Stelle scendono definitivamente dal tetto, entrando nel merito voce per voce, osservano al Nazareno. Una vittoria per il Pd, che incassa quella che viene letta come “una disponibilità reale” anche sul ballottaggio: alcuni punti sono molto vicini all’Italicum, si nota. La discussione nel merito della legge elettorale, con i 5 Stelle così come con il Pd, viene però rinviata a un secondo momento. Prima approviamo la riforma del Senato, è la linea dettata da Renzi.