Il ricatto (vincente) degli irresponsabili. Avvocati, medici e notai Pdl: “Non votiamo la manovra”

Pubblicato il 13 Luglio 2011 17:59 | Ultimo aggiornamento: 13 Luglio 2011 19:53

ROMA – Il ricatto è stato servito, nella forma classica della raccolta firme. Ricatto doloroso perché ha rischiato di frenare la manovra e ancora più doloroso perché tutto interno al governo che quella manovra ha scritto. Soprattutto, ricatto che ha vinto. Sono bastati 58 deputati, (44 avvocati,  13 medici e un notaio) a far rimangiare al governo un pezzettino di manovra, quello che avrebbe di fatto abolito gli ordini professionali.

La piccola bomba è esplosa nel primo pomeriggio di un torrido mercoledì: il Governo si affanna per chiudere il discorso manovra il primo possibile  ma i 58 si impuntano e mettono l’ultimatum: “Via la norma che cancella gli ordini professionali o la manovra non la votiamo”.  Firmano in 58, un numero sufficiente a far saltare tutto, a meno che l’opposizione non decida di fare più di quello che già fa: invece che limitarsi al non ostruzionismo, votare addirittura sì. Scenario al limite dell’impossibile.

Il governo accusa il colpo anche se, a parole, Maurizio Gasparri si limita a pensare di “problema che non sussiste”. Invece, a giudicare da quello che succede in due ore, sussiste eccome. Poco dopo le 19 è il sottosegretario Luigi Casero a portare la lieta novella ai 58 impuntati: c’è l’accordo. Probabilmente si distingueranno gli ordini che prevedono un esame di Stato (casualmente quelli cui appartengono le categorie dei parlamentari boicottanti) da quelle che non li prevedono. Depennate quest’ultime, ovvero una minoranza e senza interesse per i “diritti” degli onorevoli in questione.

Notai e avvocati  e medici, del resto, si sono da subito mostrati compatti e pronti a battersi alla morte (del governo e vista la situazione sui mercati di questi giorni anche del Paese), pur di conservare la posizione professionale che la presenza degli ordini gli garantisce. Che sia privilegio o meno non è il punto. Il punto, anzi lo scandalo, è un altro: gli ottanta hanno anteposto sfacciatamente e per iscritto i loro personali interessi ai conti pubblici e l’hanno spuntata.  E tutto questo è avvenuto  nel giorno in cui le opposizioni abdicano in buona sostanza al loro ruolo turandosi il naso per salvare la pelle al Paese, nel giorno in cui il governatore Mario Draghi spiega che la manovra è assolutamente indispensabile e forse neppure sufficiente a evitare nuove tasse, e in cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si congratula con il Senato per la decisione di votare il tutto già nella mattinata di giovedì guadagnando un altro preziosissimo giorno.

La beffa, in fondo, è tutta qua. Il gigante parlamentare italiano mostra improvvisamente il potenziale per muoversi a velocità di gazzella e approvare il tutto in tre soli giorni e i capricci di una parte (piccola nel Paese, sostanziosa in Parlamento) rischiano di far saltare tutto.

Caduta la questione degli ordini professionali (si sta procedendo a riscrittura del nuovo emendamento) ne resta un’altra aperta. Il numero di chi protesta è più basso e non in grado di far saltare la manovra, ma la logica soggiacente è esattamente la stessa.  Il testo di Tremonti, infatti, propone una norma che stabilisce l’incompatibilità tra l’incarico di parlamentare e quello di sindaco o presidente di Provincia. Norma che, casomai, scandalizza solo perché ancora non esiste. Eppure, assicura l’Ansa, ci sarebbero diversi parlamentari Pdl sul piede di guerra: “State pur certi – riporta l’agenzia citando fonte del Pdl – che anche quella norma deve saltare se vogliono che votiamo la manovra”. Facile intuire chi è che fa pressione: alla Camera, infatti, siedono 6 sindaci e nove presidenti di provincia. Molti dei quali, evidentemente, smaniosi di tenere il sedere in due poltrone.