Riforme, Renzi apre a minoranza Pd: “Ma art.2 non si tocca”

di redazione Blitz
Pubblicato il 8 Settembre 2015 21:42 | Ultimo aggiornamento: 9 Settembre 2015 2:56
Renzi a resa dei conti: "Riforme ci hanno dato credibilità"

Renzi a resa dei conti: “Riforme ci hanno dato credibilità”

ROMA – Concordiamo all’interno del Pd le modifiche ma “l’articolo 2 non si tocca”. Così il premier Matteo Renzi ha teso il braccio alla minoranza del suo partito intervenendo all’assemblea dei senatori Pd sulle riforme.

Le riforme hanno “restituito credibilità internazionale all’Italia” e “hanno inciso sullo spread”, ha detto il premier segretario precisando che “la grande parte dell’impianto di cui stiamo discutendo è profondamente condiviso”. E ha aggiunto: “Ciò che stiamo proponendo, è la versione soft di quello che propone la sinistra da 70 anni” perché la riforma della Costituzione è l’architrave delle riforme. “Non si può mettere in discussione la doppia lettura conforme” sull’articolo 2. Mentre si può discutere sul restituire alcune funzioni a Palazzo Madama

“La mia prima proposta è che su questo punto le modifiche devono essere concordate alla Camera e al Senato” aggiunge Renzi. E osserva: “Sembra che una parte del partito alla Camera dice una cosa e al Senato dice un’altra. Io mi ricordo le riunioni alla Camera…”. E allora, “per evitare il fastidioso equivoco che si tratti di una tattica dilatoria, e non posso pensare che lo sia”, bisogna concordare tra i gruppi di Camera e Senato eventuali interventi. Poi una stoccata all’ex segretario Pier Luigi Bersani: “Nessuno di noi invoca disciplina di partito: non c’è sulla Costituzione. Ma c’è una responsabilità di tutto il partito davanti agli elettori. Disciplina di partito non c’è stata sulla scuola, sul jobs act, che la tiriamo fuori solo sulla riforma sarebbe stravagante”. Nel corso della giornata la sinistra Pd era rimasta ferma sul fronte dell’eleggibilità diretta dei futuri senatori. Con in testa Bersani che aveva detto: “Non si può chiamare alla disciplina di partito davanti alla Costituzione. Non si è mai fatto in nessun partito”.

Nel corso del suo intervento Renzi ha accennato anche alla prossima finanziaria: “Il governo si sta orientando su una legge di stabilità da “circa 25 miliardi di euro”, ha detto raccontando di avere svolto alcune riunioni in giornata. “Stiamo cercando di utilizzare al meglio gli spazi che derivano sia dalla revisione della spesa che dalla maggiore crescita e dalla flessibilità”. E sul Jobs Act: “C’è cosa più di sinistra che stabilizzare il lavoro precario come fa il Jobs act?” ha pungolato il premier. E “sostenere che non dipende dall’azione del Parlamento il cambiamento o meno delle condizioni di vita dei cittadini è l’approccio tipico di chi vuole sostituire la tecnocrazia alla politica”.

Dopo quasi tre ore di discussione, l’assemblea è terminata. Il premier ha scelto di non replicare agli interventi degli esponenti di maggioranza e minoranza e ha lasciato agli atti la rinnovata apertura al dialogo con la sinistra Dem. Numerosi senatori della maggioranza Pd avrebbero ribadito, nel corso del dibattito, la necessità di andare avanti e non modificare l’articolo 2 della riforma, come affermato dallo stesso Renzi. Ma per i senatori della minoranza resta quello il nodo da sciogliere per poter trovare un’intesa. Dunque sul punto le posizioni restano immutate e distanti. Più di un esponente della sinistra però sottolinea che i toni pacati di Renzi, “sideralmente lontani dalla narrazione renziana delle ultime settimane” creano un clima più positivo, sul quale provare a costruire un “dialogo vero”. Ora toccherà ai deputati e senatori delle commissioni competenti di Camera e Senato, spiegano i renziani, provare a sedersi a un tavolo, come proposto da Renzi.

Ma non è solo la modalità dell’elezione dei senatori a costituire il nodo da sciogliere per trovare un accordo politico sulle riforme: restano 17 gli emendamenti presentati. Gli altri punti di cui si discute, e su cui le parti sono però più vicine, sono le funzioni del futuro Senato, quelle delle Regioni (articolo 117 della Costituzione), l’elezione del Presidente della Repubblica e quella dei Giudici costituzionali.

FUNZIONI DEL SENATO: Il futuro Senato delle Regioni mantiene le funzioni legislative assieme alla Camera in alcune materie: in prima lettura l’Assemblea di Palazzo Madama le aveva ampliate, includendo i temi etici (articoli 29 e 32 della Costituzione). La Camera ha eliminato queste materie, limando anche le funzioni del Senato nei rapporti con l’Ue (sia fase discendente che ascendente), e i poteri di controllo sulle politiche pubbliche. Tutti i gruppi di Palazzo Madama chiedono ora di ripristinare tali funzioni, e il governo ha affermato di non avere obiezioni.

ELEZIONE SENATORI: “Il Senato della Repubblica – stabilisce l’articolo 2 del ddl approvato già da Senato e Camera – è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica”. Inoltre l’articolo 2 stabilisce che i Consigli regionali “eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori”. La minoranza del Pd, ma anche M5s, Lega, Sel, Fi e i Conservatori chiedono una elezione diretta in concomitanza con quella dei Consigli regionali. Il governo non vuole toccare l’articolo 2, per non riaprire altri temi (come il numero dei senatori) e ha proposto come mediazione l’inserimento in un altro articolo il principio che gli elettori partecipino alla selezione dei Consiglieri-senatori con modalità che saranno definite nella legge elettorale delle Regioni. Oggi i bersaniani hanno insistito nel chiedere la modifica dell’articolo 2.

FUNZIONI DELLE REGIONI: La riforma modifica anche il Titolo V, togliendo alle Regioni alcune funzioni oggi di competenza concorrente con lo Stato. La Lega, ma anche il gruppo delle autonomie e molti senatori di vari gruppi, chiedono un riequilibrio dei poteri in favore delle Regioni.

ELEZIONE PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA: La riforma, così come licenziata in prima lettura dal Senato, stabiliva che per eleggere il Capo dello Stato occorrono i due terzi dei voti, dal quarto scrutinio i tre quinti e dopo l’ottavo scrutinio è la maggioranza assoluta degli aventi diritto. Alla Camera invece si è fissato nei tre quinti dei votanti il quorum minimo per la scelta del Presidente, cosa che mette nelle mani delle opposizioni la possibilità di bloccare l’elezione. Si è tutti d’accordo a trovare una “norma di chiusura”: una ipotizzata è un ballottaggio tra i due candidati più votati.

ELEZIONE CORTE COSTITUZIONALE: In prima lettura l’aula di Palazzo Madama aveva deciso che i cinque giudici della Corte di nomina parlamentare, fossero eletti “tre dalla Camera dei deputati e due dal Senato”. Alla Camera si è tornati all’attuale meccanismo, ossia alla nomina dei giudici da parte del Parlamento in seduta congiunta. Tuttavia in questo modo i senatori avrebbero poco peso, perché con la riforma scendono a 100. C’è ampia condivisione nei gruppi a tornare alla formula del “tre più due”.