Colonna di fumo sul cuore di Roma: “loro” all’assalto dei simboli di Stato. Ma “loro” non sono solo i black-bloc

Pubblicato il 14 Dicembre 2010 16:36 | Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre 2010 16:53

Una colonna di fumo si leva là, tra Piazza del Popolo e il Lungotevere, la telecamera la inquadra da lontano, la prospettiva è quella che si ottiene guardando dalla Terrazza del Pincio. Giù, in basso, la piazza è quasi deserta e si vede la pavimentazione sconnessa, il selciato è stato rimosso e i suoi pezzi sono stati usati come pietre da lanciare, lanciare anche da lassù, dal Pincio dove adesso la telecamera resta prudentemente lontana. Più in là, dopo l’arco della Porta, c’è gente che un po’ fugge e un po’ si raduna. Hanno caschi in testa, i volti coperti, qualcuno ha in mano spranghe oppure pezzi di legno. Sono reduci dalla barricata che per molti minuti li ha divisi dalla polizia, dai carabinieri, dagli uomini della Guardia di Finanza. Una barricata fatta di motorini, biciclette, cassonetti. Una barricata cui hanno dato fuoco, così come avevano dato fuoco a qualche mezzo della polizia poco prima. Poi la polizia ha caricato e ha attraversato la barricata in fiamme, loro si sono ritirati ma non arresi. Loro sono migliaia, da ore si scontrano con le forze dell’ordine, da ore appaiono e scompaiono nelle vie del centro. A tarda mattinata, nel primo pomeriggio si sono impadroniti dei cortei, della manifestazione di protesta, l’hanno conquistata e fatta loro. Una manifestazione in cui c’erano studenti, insegnanti, lavoratori della Fiom. Tutti questi hanno provato a tenersela la manifestazione, a tenersela decisa e dura ma non d’assalto e di guerra. Non ce l’hanno fatto, la manifestazione se la sono presa “loro”. Loro dicono siano i black bloc, i pochi che giocano e fanno la guerra. Non sono pochi e battezzarli, rinchiuderli nel recinto verbale dei black bloc è eufemismo di cronaca e di politica. Questa è Roma, il centro, il cuore di Roma alle 16 del 14 dicembre: loro, la polizia e nessun altro.

Ci sono stati feriti, assalti ai blindati, cariche, elicotteri in cielo, sirene. Ci sono stati e ci sono ancora. La manifestazione, come quelle contemporanee in mezza Italia, era contro il governo della riforma Gelmini. Rapidamente è diventata contro il governo. Ancora più rapidamente è diventata la manifestazione contro la “zona rossa”, l’obiettivo era sfondare la zona protetta e raggiungere i “Palazzi”, qualsiasi palazzo delle istituzioni. Con facilità “loro” l’hanno trasformata in una manifestazione contro lo Stato e qualunque cosa rappresentasse lo Stato: una camionetta, un blindato, la sede della Protezione Civile, un bancomat, una vetrina. La notizia che il governo ha ottenuto la fiducia ha coinciso con il momento degli scontri più duri. Ma probabilmente è solo una coincidenza temporale, “loro” sono in battaglia contro Berlusconi ma anche contro il Parlamento tutto, contro il governo della destra ma anche contro la sinistra “complice”. Un’avvisaglia chiara era stata la sera precedente la protesta contro Bonanni della Cisl che firma gli accordi sindacali ma anche contro la Camusso della Cgil che non proclama lo sciopero generale. Alla quinta ora consecutiva di scontri non resta più nulla di una manifestazione, è una rivolta solo per carità di patria intestata esclisivamente ai black bloc. Ma in piazza, oltre ai gruppetti dell’eversione, c’è qualcosa di più e di diverso: sono troppi e insieme troppo “normali” per essere solo anarchici e Centri Sociali. Sfondare la “zona rossa” è apparso a molti studenti, ricercatori e manifestanti un’azione di buona politica, perfino di impegno civile. Della manifestazione è rimasta solo quella colonna di fumo, anzi la manifestazione se n’è andata in quel fumo, è rimasta al suo posto una guerriglia rabbiosa, qualcosa che non si vedeva da molto tempo a Roma e in Italia. Via del Corso è chiusa e deserta, Roma è impaurita e impraticabile al centro, laggiù sul Lungotevere sta bruciando un bel pezzo di convivenza civile, anche a questa è stato dato fuoco, non solo all’ordine pubblico di una giornata.