Saluto Romano: tendere il braccio e nascondere la mano

Saluto Romano: ad un funerale una piccola selva di braccia tese a salutare l'amico chiamato più vole "camerata". C'era Romano La Russa, non un cognome qualsiasi in Fratelli d'Italia. Che poi dirà: simboli e gesti solo e soltanto di usanze militari. Dal "camerata presente!" al chi, io?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 22 Settembre 2022 - 09:39
Saluto Romano: tendere il braccio e nascondere la mano

Saluto Romano: tendere il braccio e nascondere la mano FOTO ANSA

Romano La Russa, non proprio un cognome qualunque, almeno in politica. Fratello di Ignazio La Russa e a sua volte fratello d’Italia come militante e “quadro” del partito di Giorgia Meloni. Gli capita di andare a un funerale. Triste ricorrenza che Romano La Russa, insieme ad altri, decide meritevole di un rito di appartenenza. Il rito, pubblico e corale, è quello del braccio levato e teso a salutare il defunto. Dirà poi lo stesso Romano che si trattava di ottemperare ad una esplicita richiesta della scomparso, una richiesta di essere salutato così, l’estremo saluto a braccio levato e teso, il palmo della mano aperto. 

Camerata, presente

Salutato così, così come? Prima di levare il braccio nel saluto di appartenenza e identificazione, anzi identità, i convenuti avevano sillabato più volte il “camerata”, seguito dall’attestazione orgogliosa e commossa del “presente”. Saluto al camerata e braccio teso  più volte e tutti insieme. Iconografia e liturgia pubblica fatte di parole e gesti fascisti? Ma quando mai…Romano La Russa ha spiegato che “camerata” voleva dire solo e soltanto che aveva fatto il militare lo scomparso. E che il braccio teso a salutare e a riconoscersi è una cosa che si fa in tutte le caserme. Ignorante secondo La Russa chi si ostina a ricordare che i militari si salutano con la mano che va alla fronte (gesto che pare nasca dall’abbassarsi, amichevole, della visiera dell’elmo). Secondo La Russa il suo Romano saluto non ha proprio nulla, nulla a che vedere colla gestualità e simbologia fascista, loro mentre scandivano “camerata” e levavano il braccio teso al fascismo neanche ci pensavano. 

Pugno chiuso a stringere la mosca

La versione di Romano…Come uno che, colto in gruppo a omaggiare “compagni” e a salutare a pugno chiuso, giurasse che il pugno era chiuso perché passava una mosca e l’aveva appena afferrata. Ciò che segna e marca questa vicenda tutto sommato minore e ne fa invece una storia nel suo piccolo esemplare non è tanto il salutar fascista di chi da sempre pensa e pure dice che il fascismo era in fondo ottima cosa tradito purtroppo da se stesso, non è tanto il rivendicare e omaggiare quella che si percepisce come la propria identità e origine. A ottanta anni dalla caduta del fascismo e ad un secolo tondo dalla marcia su Roma l’Italia è un paese che coltiva nostalgie no, quelle proprio no. Ma che ospita liberi cittadini liberi di sentirsi nei gesti e nei simboli fascisti. Sentirsi tali e tali dirsi. Non è questo che segna la vicenda, tanto meno c’è “scandalo” in questo.

La vicenda di saluto Romano diventa esemplare quando il salutante a braccio teso farfuglia che no, era saluto militare, era camerata non in quel senso ma quando mai, era salutarsi tra vecchi colleghi di naja…Perché esemplare? Perché qui c’è un tratto identitario. Del passato e del presente. Il tratto del gerarca e dell’ardito fasciata tale soprattutto in parata e in sfilata, molto meno ardito quando non era più teatro. E il tratto del presente: questo costante lanciare il sasso e nascondere la mano del ceto politico. Sono stato frainteso, sono stato strumentalizzato e simili sono costanti comportamentali a coprire la qualunque detta o fatta. Romanamente hanno fascisticamente salutato e omaggiato il camerata scomparso, poi romanamente e fascisticamente, dopo il pugnace e virile “presente!” è stato pronunciato il più italiota dei “chi, io?”.