Salvini-Di Maio: spese 100 miliardi, entrate 500…milioni! La tabella che inchioda alla lira

di Riccardo Galli
Pubblicato il 21 maggio 2018 9:39 | Ultimo aggiornamento: 21 maggio 2018 10:58
Salvini-Di Maio: spese 100 miliardi, entrate 500...milioni! La tabella che inchioda alla lira

Salvini-Di Maio: spese 100 miliardi, entrate 500…milioni! La tabella che inchioda alla lira

ROMA – Duecento euro spesi per ognuno incassato. Moltiplicato qualche milione di volte. E’, in cifre, il contratto su cui Luigi Di Maio e Matteo Salvini stanno tentando di costruire il Tutte le notizie di Blitzquotidiano in questa App per Android. Scaricatela quiTutte le notizie di Ladyblitz in questa App per Android. Scaricatela qui prossimo governo. Cifre fornite da una fonte più che credibile, quel Carlo Cottarelli che oltre a diversi meriti professionali eraanche stato tirato in ballo come possibile premier ‘terzo’ di un governo 5Stelle. E cifre fornite che, al di là di qualsiasi giudizio politico e/o di merito, inchiodano il programma del governo giallo-verde al più che possibile ritorno alla lira.

Come scrive Giovanni Pons su businessinsider.com: “Un conto è sparare delle cifre per accattivarsi i voti degli italiani, un conto è poi riuscire a mettere in pratica questi intendimenti”. Le proposte con cui 5Stelle e Lega hanno vinto le elezioni, quelle stesse idee che hanno inserito in forma più o meno vaga nel contratto e continuano a conquistare i consensi degli italiani, costano. Tanto. Tra 108.7 e 125.7 miliardi secondo i conti fatti dall’Osservatorio conti pubblici italiani (Ocp) dell’Università Cattolica di Milano guidato appunto da Cottarelli, ex funzionario di punta del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ed ex commissario alla revisione della spesa del governo Letta.

Si va dai 50 miliardi della flat tax ai 12.5 miliardi della sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, dai 6 miliardi di eliminazione delle accise sulla benzina agli 8.1 miliardi per superare la Legge Fornero fino ai 17 miliardi necessari a introdurre il reddito di cittadinanza.

A fronte di questo ‘conticino’, dalla riduzione dei parlamentari e delle pensioni d’oro, dall’eliminazione dei vitalizi alla riduzione delle missioni internazionali si recupereranno appena 550 milioni. Meno dello 0.5%. Ed anche aggiungendo a queste che sono le voci di entrate citate nel contratto di governo le proposte fatte nei mesi scorsi, come l’idea di un condono fiscale sui circa 1000 miliardi di tasse che l’Agenzia delle Entrate non riesce a riscuotere o il disboscamento della giungla delle detrazioni fiscali che nel programma dei 5 Stelle valeva fino a 17 miliardi, lo sbilancio tra entrate e uscite rimane comunque imponente. Entrate che in ogni caso sarebbero possibili ma non sicure.

In questo caso, con le uscite che supererebbero nel migliore dei casi di 4 volte le entrate, non ci sono che due possibilità. La prima: che Di Maio e Salvini spalmassero le riforme promesse nel tempo e soprattutto a dopo aver trovato le coperture. La seconda che stampassero moneta per trovare i miliardi mancanti. Ma con l’euro non si può. E quindi tornando alla lira. Due ipotesi e due strade percorribili. Nulla vieta di portare avanti riforme come la flat tax o il reddito di cittadinanza, anzi gli elettori lo chiedono espressamente, ma prudenza consiglierebbe di reperire prima i fondi e poi farlo.

Come spesso accade nella vita. Come nulla vieta che si scelga di ritornare alla lira, con relativi pro e contro. I due leader stanno però tentando una terza strada: vogliono o almeno raccontano di volere le riforme tutte e subito e che i fondi arriveranno dall’Europa, che ci concederà margini di manovra come la possibilità di sforare il 3% e a buon bisogno ci finanzierà anche, e a palate dal recupero dell’evasione e da quello che è un condono fiscale anche se viene chiamato ‘pacificazione’ o simili.

“Andare a muso duro contro i mercati in questo momento – scrive però Pons -, appare un suicidio annunciato. Gli investitori finanziari di tutto il mondo ci stanno guardando e non hanno molti problemi a togliere o ridurre gli investimenti sui titoli italiani. In molti lo stanno già facendo, a sentire alcuni gestori londinesi. Al Financial Times non sembra vero di poter scrivere che in Europa le turbolenze sono ai massimi, cercando di giustificare in questo modo la Brexit e di guadagnare potere contrattuale nelle trattative che sono in corso. Al Wall Street Journal non par vero di poter scrivere che l’euro rischia di sfasciarsi considerandolo alla stregua di un esperimento mal riuscito e ormai da mandare in soffitta. Al summit di giugno, poi, è più probabile che Angela Merkel e Emmanuel Macron gettino le basi per un’Europa a due velocità che costringa l’Italia nel secondo cerchio con conseguente aumento dello spread piuttosto che venire incontro alle richieste strampalate di Di Maio”. E a quel punto bisognerà scegliere e dire quale delle due strade si vuole imboccare.