Schifani: “Stop agli scontri tra le istituzioni, ora le riforme”

Pubblicato il 29 luglio 2010 21:26 | Ultimo aggiornamento: 29 luglio 2010 21:26

Legalità e giustizialismo, come perseguire il primo obiettivo senza cadere nella trappola del secondo? Pierluca Terzulli, presidente dell’Associazione stampa parlamentare, lo ha chiesto al presidente del Senato, Renato Schifani, in occasione del tradizionale appuntamento del ventaglio che precede la pausa estiva. La replica è stata netta: nessuno ha il ”l’esclusiva” sulla legalità, ha detto rilanciando sulle riforme e sperando nel ”miracolo” di una convergenza tra maggioranza e opposizione su questo tema. La legalità è un dovere civico per tutti i cittadini, ma per per chi fa politica ”è un imperativo categorico. Ce ne dobbiamo fare carico ma non deve essere un peso”, ha aggiunto.

La risposta di Schifani varca agevolmente le mura della Sala Zuccari, senza il rinfresco, soppresso quest’anno in segno di lutto per l’uccisione dei due soldati italiani in Afghanistan. E plana alla Camera e a palazzo Grazioli, cioè nei luoghi dove Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi sono riuniti con i loro collaboratori per capire come sanare le ferite aperte dalla battaglia sulla legalità aperta dal presidente della Camera. Schifani non fa il controcanto a Fini, ma è a lui che si rivolge, senza mai citarlo come impone un certo galateo istituzionale, quando evoca ”lo stupore, l’amarezza e lo smarrimento”, sentimenti che dominano in quella parte di opinione pubblica che assiste alla ”alla dialettica accesa, agli scontri continui all’interno di una coalizione”.

Il presidente del Senato ritiene inaccettabile l’idea di chi vorrebbe costruire l’equazione fra indagine e condanna politica. ”I magistrati devono fare la loro parte, lavorare con serenita’ ma in nessun caso – aggiunge – si può accettare l’equazione fra indagine e condanna politica”.

E neppure è pensabile trasferire questa equazione nel mondo politico, è la replica più diretta di Schifani alle posizioni di Fini, perché è rimessa alla coscienza del politico ”l’esigenza di dimettersi, nei casi straordinari nei quali sin dalle indagini emergono in modo chiaro fatti gravissimi”. Le dimissioni sono per Schifani ”un’eventualita’ da relegare ai casi straordinari”.

Nessuna sorpresa né biasimo, insomma, per le asprezze proprie dello scontro politico perché esso, riconosce Schifani, rimane il sale della democrazia. È lo scontro istituzionale, ammonisce Schifani, che puo’ diventare ”pericoloso” ed è dunque auspicabile che i toni siano abbassati quanto prima per riportare la dialettica entro un alveo fisiologico. Schifani, però, non può tacere sui rischi dello scontro interno al Pdl che investe, è vero, le istituzioni ma nasce come scontro politico a tutto tondo ”perché Fini rivendica il ruolo di cofondatore del Pdl per mettersi dinamicamente nel contraddittorio con il presidente del Consiglio”.

Per chiudere con una nota di rimpianto sulle riforme, annunciate più volte in questi due anni ma sempre ferme ai blocchi di partenza. E una preoccupazione: si potranno mai fare nei tre anni che restano che rimangono della legislatura? ”Ora, per le riforme – è stata la constatazione di Schifani – ci vorrebbe un miracolo”, in questo miracolo continua a “sperare”. Perché senza le riforme – spiega – il paese si ferma e invecchia. L’intervento del presidente del Senato e’ durato una ventina di minuti, ascoltato dai direttori dei principali Tg pubblici e di molte testate giornalistiche. Alcuni degli osservatori vi hanno letto soltanto una introduzione alle decisioni piu’ pesanti che si appresta a prendere l’Ufficio di presidenza del Pdl.