Calendario Napolitano: Camere sciolte il 16 febbraio, elezioni 7-8 aprile, presidente il 20

Pubblicato il 21 settembre 2012 14:34 | Ultimo aggiornamento: 21 settembre 2012 14:35
Giorgio Napolitano (LaPresse)

Giorgio Napolitano (LaPresse)

ROMA – Il settennato di Giorgio Napolitano scade il 15 maggio 2013, la sedicesima legislatura il 29 aprile: se si rispettano le scadenze naturali si rischia “l’ingorgo istituzionale”. Le elezioni politiche troppo vicine all’elezione del Presidente. Un Parlamento appena insediato dovrebbe precipitarsi a eleggere un presidente che poi dovrebbe nominare a sua volta il capo del governo.

Deve succedere qualcosa di “innaturale”. Più probabile che ad essere modificato non sarà il mandato di Napolitano ma la data di fine legislatura.

Secondo il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, Napolitano ha già un calendario in testa, un percorso di date che prevede che a nominare il prossimo presidente del Consiglio sarà il prossimo presidente della Repubblica. Si inizia con lo scioglimento delle Camere il 16 febbraio 2013

in maniera che — in una forbice cronologica compresa tra i 45 e i 70 giorni concessi da norme e prassi — sia possibile aprire le urne in una data che permetta alle neoinsediate assemblee di nominare il dodicesimo presidente intorno al 20 aprile. Il che, se si tiene conto della Pasqua, dovrebbe portarci a votare nel primo fine settimana di aprile, il 7 e l’8.

Completato questo passaggio, il Parlamento avrà a disposizione 20 giorni per convocare la prima riunione, nella quale (come primo adempimento, per una ragione funzionale) devono essere eletti i presidenti di Camera e Senato e, subito dopo, gli uffici di presidenza. Poi, entro sette giorni, devono essere formati i gruppi, che sono gli interlocutori naturali dei presidenti nei momenti istituzionalmente sensibili.

Uno scadenzario che, volendo, potrebbe essere accorciato, anche se l’esperienza insegna che ciò non accade mai, perché quel lasso di tempo serve a far maturare gli accordi per i gruppi, per le commissioni, ecc. Insomma: soltanto quando sarà decorso quel termine le assemblee passeranno a votare per il nuovo capo dello Stato, e potranno dunque farlo prima che scada il mandato di quello attuale. E sarà quindi il nuovo presidente, una volta insediato, ad avviare le consultazioni per tenere a battesimo il futuro governo.

Uno scenario «vincolato dai tempi tecnici», come lo definisce Napolitano. Uno sbocco ovvio, dal punto di vista del rispetto delle regole. Al quale, ragionando accademicamente (avvertiamo però che questo non fanno al Quirinale), sarebbe possibile opporre un’unica variante. Se ad esempio lievitasse un’intesa preventiva — e appunto temporanea — con tutti i maggiori gruppi politici, ossia l’attuale maggioranza, per concedere all’attuale premier un supplemento di tempo, in maniera di fargli completare la propria missione anticrisi.

In un caso del genere nessuno avrebbe aver nulla da ridire se Napolitano, anche un attimo prima di congedarsi, (ri)desse lui l’incarico a Monti. Ma è un’ipotesi di scuola che, oltre a violare le stessi basi del galateo istituzionale, potrebbe suggerire a qualcuno l’idea che il capo dello Stato voglia proiettare sul futuro, quando non sarà più in carica, la propria influenza.

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