Ci tocca…va anche Sgarbi

di Lucio Fero
Pubblicato il 19 Maggio 2011 17:14 | Ultimo aggiornamento: 19 Maggio 2011 17:14

ROMA-Ci tocca…va anche Sgarbi. E invece non ci “tocca” più: l’egocentrico e in qualche modo minaccioso titolo della trasmissione di Vittorio Sgarbi in prima serata su Ra1 si può già declinare all’imperfetto. Ci tocca…va Sgarbi, una volta è bastato. Perché? Perché il troppo stroppia. Sgarbi si accomoda fuori dal corteo non perché sia di destra o amico di Berlusconi, va fuori al primo giro perché ha fatto pattinare le ruote in partenza, perché letteralmente non si tiene e va fuori strada. Di cosa ha parlato Sgarbi nella sua ora di televisione? Di Sgarbi. Cosa ha mandato in onda Sgarbi? Sgarbi. Sgarbi ieri, Sgarbi oggi: si poteva scegliere. Un blob televisivo invandente e appiccicoso con un solo tema, protagonista e interprete: Sgarbi. Ineluttabilmente sottoposto al “chi se ne frega”, altrimenti detto otto per cento di audience: sulla prima rete della Rai anche se mandi le pecore brucanti dei dimenticati e antiche “Intervallo” di audience fai il cinque per cento.

Eppure è stata una trasmissione utile e istruttiva: ha svelato per bocca e scelta del suo autore e interprete cosa è Sgarbi: un bluff. Tutto il paese “istituzionale”, compresi giornalisti, giornali, radio e tv che non stanno dalla stessa parte politica di Sgarbi, trattano Sgarbi come intellettuale sopraffino e naturale, inestinguibile fonte di pensiero e cultura. Mirabile e prolungato effetto ipnotico. Sgarbi è un competente critico d’arte. Stop. Non è un letterato, non è un filosofo, non è un romanziere e nemmeno un polemista. Tanto meno un politico, men che mai un intrattenitore. Sgarbi è uno che ti sbatte in faccia se stesso e grida: io sono Sgarbi e tu non sei un…Ma non ha l’ironia e lo spessore e neanche il lucido cinismo del Marchese del Grillo. E’ un pubblico prepotente con qualche privata pavidità. Appena messe a contatto diretto queste sue qualità con il pubblico, la gente e non con la “compagnia di giro” della comunicazione, Sgarbi si è squagliato al calor della noia da lui stesso prodotta. Visto il bluff, Sgarbi ha perso la posta.

Ma non sembra averlo capito: a trasmissione bocciata e cancellata ha perseverato nel bluff: “Io sono la cultura, la cultura costa…io sono come Pompei”. E’ andato a farsi consolare da Berlusconi, ci ha tenuto lui stesso a informare della circostanza. E ha voluto precisare che non otto milioni di euro, uno a puntata, è il suo onorario, ma solo 500mila euro. Bene, quel mezzo milione, se davvero è così “poco”, se lo è meritato: un buon prezzo a patto che Sgarbi non ci “tocchi” più. Il sottotitolo a Sgarbi è stato già scritto: abbiamo già dato.