Siri e Raggi: dimissioni a spinta. M5s: via lui. Lega: via lei!

di Riccardo Galli
Pubblicato il 19 Aprile 2019 8:51 | Ultimo aggiornamento: 19 Aprile 2019 12:32
Armando Siri e Virginia Raggi: dimissioni a spinta. M5s: via lui. Lega: via lei!

Siri e Raggi: dimissioni a spinta. M5s: via lui. Lega: via lei! (nella foto Ansa, Raggi e Salvini)

ROMA – Dimettiti! No, sei tu che ti devi dimettere. Non si è ancora arrivati al botta e risposta diretto, ma nella vicenda Siri-Raggi manca davvero solo quello. Prima è arrivata la notizia che il sottosegretario leghista Armando Siri era indagato per corruzione: avrebbe incassato tangenti per favorire un imprenditore in odore di mafia, e subito l’anima grillina di governo, per bocca nientemeno che di Luigi Di Maio, ne ha chiesto la testa. Ovvero le dimissioni.

Poi, a stretto giro, si è saputo che la sindaca grillina Virginia Raggi avrebbe fatto pressioni sui vertici Ama per modificare il bilancio. Tesi sostenuta dall’ex presidente e ad di Ama, Lorenzo Bagnacani, che ha presentato un esposto in procura. Ed è stata allora la volta della metà verde Lega del governo di chiedere le dimissioni. Della Raggi.

Per ora l’uno, Siri, e l’altra, Raggi, restano al loro posto e sulla loro poltrona. In attesa, forse, di vedere chi cederà per primo. A metà tra il sacro “chi è senza peccato scagli la prima pietra” e il profano commissario Bellachioma interpretato da Lino Banfi in ‘Vai avanti tu che a me vien da ridere’, il canovaccio interpretato nel convulso giovedì prepasquale dal governo lascia sempre più scoperte le distanze che separano le due metà dell’esecutivo.

Prontissimi, leghisti e grillini, a chiedere le dimissioni dell’esponente alleato finito nello scandalo di giornata e, altrettanto lesti, a difendere a spada tratta l’amico finito a sua volta sulla graticola. Nulla o poco di nuovo, in fondo, pensando ai 5Stelle che da anni difendono da inchieste e avvisi di garanzia la loro sindaca. L’hanno difesa quando era accusata di aver promosso amici e l’hanno difesa quando gli amici, leggi l’ex presidente dell’assemblea capitolina, è finito schiacciato da accuse gravissime.

Il movimento e soprattutto Luigi Di Maio, che oltre essere vicepremier e capo-politico è anche il primo sponsor della sindaca, non l’hanno mai scaricata. A volte vedendo riconosciute le loro ragioni e la buona fede della Raggi, altre facendo buon viso a cattivo gioco. E niente di nuovo anche in casa Lega, ben nota per essere più che garantista specie quando si tratta di se stessa tanto, in vicende lontanissime, da decidere di non querelare e non costituirsi parte civile in un procedimento salvando, così, lo storico segretario Umberto Bossi.

Niente di nuovo non fosse che i due litiganti, in questo caso, sono al governo insieme. Sono le due metà dell’esecutivo e i due contraenti di un contratto dal dubbio valore legale ma dal continuamente richiamato valore simbolico. Insieme alla guida del Paese e insieme nelle stanze dei bottoni ma divisi come veri avversari quando si tratta di chiedere dimissioni. Siri, il sottosegretario, ha davvero incassato mazzette per favorire imprenditori in odore di mafia? Forse sì e forse no. Per stabilirlo c’è la magistratura. Ma sarebbe cosa logica che il governo difendesse o scaricasse il suo sottosegretario in modo compatto. Invece il ministro Danilo Toninelli gli ha ritirato le deleghe mentre l’altro ministro, Matteo Salvini, gli ha rinnovato la fiducia.

La Raggi, è vero, non fa direttamente parte dell’esecutivo. Ma è quasi altrettanto grottesco che un vicepremier, Di Maio, la difenda di continuo mentre l’altro, Salvini, l’attacchi frontalmente sottolineando che la Capitale d’Italia non è mai stata, secondo lui, in simili condizioni. Esternazioni bollate nei giorni scorsi come da campagna elettorale ma che, con l’esposto di Bagnacani, hanno fatto presto a diventare richieste di dimissioni. Mezzo governo chiede al sottosegretario di lasciare e l’altra metà lo difende. La prima metà, però, nello stesso tempo fa da scudo alla sua sindaca che è, a sua volta, attaccata dalla seconda metà del suddetto governo. Loro, intanto, resistono: dimettiti prima tu che a me vien da ridere.