Soldi e simbolo di An, guerra tra ex colonnelli per un patrimonio da 230 milioni

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Novembre 2013 8:44 | Ultimo aggiornamento: 11 Novembre 2013 8:44
C'era una volta An con Fini, Gasparri e LaRussa

C’era una volta An con Fini, Gasparri e LaRussa

ROMA – In ballo c’è un patrimonio che vale tra i 170 e i 230 milioni di euro. E un simbolo, quello della fiamma tricolore, che può portare qualche punto percentuale alle elezioni politiche. Così gli eredi di An si litigano quello che resta del partito, ovvero i beni. Perché se An ha smesso da anni di essere una forza politica restano i beni, mobili e immobili in mano a una Fondazione che deve decidere il destino del Patrimonio.

Tanta roba, come scrive Tommaso Ciriaco su Repubblica: si va dalla sede storica di via della scrofa a Roma, le altre sedi romane e quella milanese di via Mancini. Poi c’è la sede dei Parioli dove ora Francesco Storace, uno degli eredi politici, gestisce il giornale d’Italia. Un elenco, parziale, dei beni oggetto del contendere lo fa il senatore Franco Mugnai:

C’è il Secolo d’Italia. Poi gli immobili, stimati qualche anno fa dai periti in quaranta milioni. Forse valgono una cinquantina. Circa cinquanta milioni di liquidità. E poi ci sono i dieci milioni dell’Associazione”.

C’è quindi una partita economica (è congelata anche l’associazione che ha 10 milioni in cassa e il compito di fatto di completare lo scioglimento) e una politica, quella che riguarda il simbolo.  Anche su questo aspetto la situazione è di stallo. C’è chi vuole pensionare definitivamente la vecchia fiamma e chi vuole riaccenderla. Scrive Ciriaco:

Conta soprattutto il simbolo, riposto in cantina a causa di un predellino. Se lo contendono un po’ tutti, eredi legittimi e qualche parente alla lontana. Se lo contendono, ma non tutti vogliono scongelarlo. Ignazio La Russa, ad esempio, è scettico assai: “La decisione spetta ai mille soci della Fondazione. Fratelli d’Italia, comunque, è la prosecuzione di An. Io lascerei il simbolo di An alla storia e andrei avanti”. Contrarissima a riesumare il logo nato dal travaglio di Fiuggi è anche Giorgia Meloni, che non intende ospitare la prima linea dei colonnelli. Solo Gianni Alemanno ha trovato posto nel suo contenitore. Gli altri, che in pensione non ci vogliono andare, si sono organizzati.

Sabato scorso Francesco Storace (Destra) e Buonfiglio, Adriana Poli Bortone (Io Sud), Roberto Menia (Fli) e Luca Romagnoli (Fiamma tricolore) lanciano il Movimento per Alleanza nazionale. Sostiene il leader della Destra: “Le risorse? Non voglio avvicinarmi a una materia che credo porterà qualche problema. A noi basta il simbolo. Ne ha diritto una comunità”. Storace invita anche Meloni: “Non mi vuole? Se ci sono pregiudizi verso di me, allora c’è un problema”.

Su quanto politicamente valga il simbolo, ovviamente, non c’è certezza. Gli ottimisti parlano di 5%, i realisti di 1.5%. Numeri piccoli ma che contano per una galassia di forze che vedono lontanissima la soglia del 4%. La partita è in mano al cda della Fondazione. Lì ci sono i nomi chiave: da Gianni Alemanno, a Maurizio Gasparri a Ignazio la Russa, fino al finiano Donato Lamorte. Un totale di 14 persone a caccia di un accordo, anche solo per dividere il patrimonio. Soluzione che non piace a Gasparri secondo cui quei soldi vanno restituiti allo Stato o destinati alle vittime degli anni di piombo.