Quei soldi leghisti puzzavano tanto, anche banca di Tanzania li respinse

Pubblicato il 10 Aprile 2012 13:55 | Ultimo aggiornamento: 10 Aprile 2012 16:20

Francesco Belsito (Lapresse)

ROMA – Quei soldi italiani, anzi leghisti, “puzzavano” tanto che neanche in Tanzania sono riusciti a turarsi il naso e a prenderli in casa. Puzzavano di riciclaggio e comunque non era per nulla chiaro, anzi era fortemente oscuro da dove venissero. Quindi la banca centrale della Tanzania li ha presi, tenuti circa un mese in una zona di “quarantena” dei capitali sospetti e poi rispediti al mittente. A tenerseli in cassa la banca della Tanzania rischiava, anzi era praticamente certa di incorrere in violazioni degli accordi internazionali sulla circolazione dei capitali appunto. E sì che erano quattro milioni e mezzo di euro, in Tanzania non proprio “bruscolini”.

In Tanzania i soldi li chiamano “shilinghi”, adattamento linguistico e fonetico in lingua swahili, dell’originale “scellini” britannici. Una volta erano in enormi banconote rossastre, più larghe addirittura delle diecimila lire dei nostri nonni. Carta filigrana non di prima qualità e inchiostro rossastro che spesso stingeva, ne trovavi tracce sui polpastrelli di chi ne maneggiava tanti, soprattutto gli indiani e gli afghani cui l’impero britannico aveva delegato il commercio nelle sue colonie in Africa Orientale. Gli “shilinghi” valevano poco in termini di potere di acquisto interno, pochissimo o nulla in potere di acquisto fuori dai confini. Esibire e mettere mano su dollari ed euro, su valuta pregiata, era in Tanzania affare a cui non si rinuncia. Eppure i magistrati che stanno indagando sulle operazioni finanziarie di Francesco Belsito hanno trovato a Pasqua inattesa sorpresa “nell’uovo”: neanche nel vecchio Tanganica, poi diventato Tanzania con l’unione con l’isola di Zanzibar, quegli euro sono stati giudicati trattabili.

I magistrati ne sono rimasti sorpresi, sempre meno di quanto non erano rimasti sorpresi gli inquirenti quando si sono trovati ad indagare sui percorsi e le tracce di soldi leghisti e soldi di ‘ndrangheta che camminavano sullo stesso veicolo e per le stesse strade. Dunque la Tanzania, la banca di Tanzania che non si prende e non si mette in casa quattro milioni e mezzo di euro perché “puzzano” come pesce andato irrimediabilmente a male. Dura ad credere, eppure pare sia andata proprio così. Una scena che rievoca altra scena gemella: la banca svizzera che non si mette in cassa e in casa altri soldi italiani, un paio di milioni di euro, che il depositante Emilio Fede avrebbe portato in valigetta oltre confine. Causa del rifiuto svizzero la stessa “puzza”. Nel caso di Fede smentite sonore e gridate da parte dell’ex direttore del Tg4. Smentite e grida di “complotto” ai suoi danni. Smentite che su almeno una cosa di solido poggiano: l’implausibilità di Emilio Fede che, valigetta alla mano, passa il confine con i soldi da depositare. Fede, con tutti i suoi guai giudiziari e quindi presumibilmente osservato speciale che fa in prima persona lo “spallone” sembra improbabile. Eppure in Svizzera qualcuno quei soldi italiani li ha respinti, ritenendoli inquinati e inquinanti.

Adesso il bis, addirittura in Tanzania. Ancora più incredibile, anzi inimmaginabile. Eppure praticamente certo. Ci siamo fatti “riconoscere all’estero”: un giorno un signore ha chiamato una banca della Tanzania, era un signore che diceva di avere in mano milioni, milioni di soldi pubblici dati dallo Stato ad un partito politico perché facesse politica. Li voleva depositare in Tanzania e laggiù, nel cuore dell’Africa, dove non hanno certo l’anello al naso, è bastata un’annusata su quei soldi per sentire la “puzza”. La puzza che in “padania” e in Italia nessuno aveva voluto sentire.