Regioni, la paura fa 90: stipendi massimi a 11mila euro. Ma la legge c’era già

Pubblicato il 28 settembre 2012 12:01 | Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2012 12:01

Mario Monti con Vasco Errani (Foto Lapresse)

ROMA – C’è una gran paura nelle Regioni, una corsa ai ripari generalizzata. Prima le inchieste in Lombardia, poi le dimissioni della Polverini nel Lazio, scricchiolano anche Campania e Calabria. L’idea è quella di tagliare stipendi e poltrone. Ma bisogna farlo in fretta, proprio ora che l’insofferenza verso la politica monta. Lo vogliono fare, le Regioni, con un decreto legge da suggerire al governo. Un provvedimento quindi da massima urgenza. Peccato che le norme c’erano. Le aveva previste l’ex ministro Tremonti nel 2011 ma tutti le avevano ignorate. Fino a ieri provavano, i governatori, a far finta di nulla. Oggi, all’improvviso, avvertono una certa urgenza. “Ora si proceda senza se e senza ma”, scandisce il presidente della conferenza delle Regioni Vasco Errani con un’espressione cara alla politica.

I governatori spingono per il decreto, che potrebbe essere varato dal consiglio dei ministri la prossima settimana, pur di evitare un disegno di legge che modifichi il Titolo V della Costituzione mettendo uno stop al Federalismo. Ma cosa suggeriscono i presidenti di Regione al governo?

Taglio gli stipendi di consiglieri, giunta e presidente. Il tutto in rapporto alla popolazione. Cosa, anche questa, già prevista dalla manovra di ferragosto. La legge prevedeva lo stesso tetto ai consiglieri previsto per i parlamentari (ovvero 11mila euro lordi mensili). Ma il testo non specificava il capitolo diarie e rimborsi, motivo per cui molti governatori hanno ignorato la norma.

I consiglieri e gli assessori andranno ridotti, circa 300 in meno. La norma dovrà essere inserita negli statuti entro il 31 dicembre.

Limitata la spesa dei gruppi consiliari, via benefit di qualunque tipo, il finanziamento sarà controllato dalla Corte dei Conti.

Via i gruppi consiliari con un solo membro, eliminata la possibilità di creare nuovi gruppi che non abbiano corrispondenza con le liste elettorali. Ovvero quelli che non nascono dal voto popolare.

Commissioni: andranno da un minimo di 4 a un massimo di 8, in base al numero di consiglieri.

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