Terremoto, Abruzzo, G8/ Dubbi e perplessità sui rischi e sui costi

Pubblicato il 26 aprile 2009 0:11 | Ultimo aggiornamento: 26 aprile 2009 0:13

Poche le voci dissonanti nel coro italiano di entusiatica adesione all’idea di tenere il G8 all’Aquila terremotata. Idea brillante, geniale quasi, ma foriera di complicazioni e guai. Una è quella espressa da Massimo D’Alema, del Pd: “Non so se il G8 all’Aquila sarà più un problema o un aiuto per l’Abruzzo”.

“Ho l’impressione – ha aggiunto – che in Abruzzo servano più stufette nelle tende che non il G8. Non so  se porterà più benefici o problemi, vista la complessità degli spostamenti, il tipo di ospiti e la presenza delle forze dell’ordine”. D’Alema un po’ ne capisce, visto che è stato per anni presidente del consiglio e ministro degli Esteri.

Basta pensare al presidente degli Stati Uniuti, che si muove come in un film, con mille persone al seguito. L’ultimo dei problemi del Secret service americano sono i no global e i black block, i quali si muoveranno di certo più agevolmente tra i monti dell’Abruzzo che non sulle acque della Sardegna, ma tutti i tipi di terroristi che infestano il mondo e che possono giocare al tiro al piccione con gli elicotteri che porteranno i potenti della terra da Roma all’Aquila, essendo l’alternativa un viaggio in auto di almeno due ore.

Senza poi calcolare il disagio per gli italiani, con le strade bloccate, e questo interessa solo i romani, e gli aeriporti chiusi per ragioni di sicurezza, per quel tanto di tempo che basterà per gettare nel caos tutti i voli.

C’è poi da chiedersi quale sia l’aritmetica di Guido Bertolaso, capo della protezione civile italiana, persona certo competente e abile, ma che in una intervista a Repubblica di sabato 25 aprile ha detto che il G8 in Sardegna sarebbe costata troppo. Certo un risparmio ci sarebbe stato, non tenendo del tutto la riunione.  Ma tenerla in Abruzzo, desta perplessità: si pensi al gusto un po’ macabro di esporre allo sguardo di migliaia di stranieri la miseria dei nostri terremotati. A meno che non si voglia realizzare una piccola disneyland della ricostruzione, condannando poi alla deportazione con l’ex magnate russo Kodorkhosky e grazie ai buoni uffici dell’amico Volodia (Putin) chiunque (e non solo Santoro) si azzardi a parlare dei disagi delle tendopoli.