Tre mesi di gite all’estero: così la “gazzella” Berlusconi salta le udienze ai processi

Pubblicato il 25 Novembre 2009 14:55 | Ultimo aggiornamento: 25 Novembre 2009 15:02

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Un viaggio a settimana e l’udienza si allontana: così a Palazzo Chigi hanno reinterpretato e riscritto il vecchio proverbio sulla mela e il medico. qualche viaggetto all’estero il premier l’aveva in programma da tempo, da prima che il Parlamento cominciasse la sua corsa a varare le legge cosiddetta del “processo breve”. Poi, siccome del Parlamento ti puoi fidare ma non al cento per cento, ai vertici del governo hanno pensato di cautelarsi: hai visto mai che le udienze dei processi milanesi a carico del premier si mettono a correre e battono in velocità la legge che quel paio di processi li estingue? Dei giudici, si sa, ti puoi fidare ancor meno che del Parlamento e i giudici, quelli di Milano in particolare, ne sanno una più del diavolo. Quindi, il colpo di genio, l’uovo di Colombo: a quelle udienze il capo del governo non potrà andarci mai. Mica perché non vuole, ma perché non può: è in missione più o meno permanente all’estero. E così l’agenda dei viaggi di Berlusconi si è infittita: da dicembre a febbraio quasi uno a settimana. Una catena, un rosario di gite all’estero fanno bene alla “salute giudiziaria” del presidente del Consiglio.

Il bello è che la raccontano come una cosa pacifica e tutto sommato normale. Un’astuzia arguta, se non proprio una legittima difesa. Da tre, quattro giorni tutti i giornali scrivono che Berlusconi se ne andrà spesso e volentieri a spasso per il mondo anche e soprattutto per farsi trovare sempre “occupato”. Nessuno ha sentito il bisogno di smentire quella che dovrebbe essere una maligna calunnia. Nessuno si è precipitato a dimostrare il contrario, ad attestare l’infondatezza dell’agenda estera “rinforzata” e “scaglionata” sulla mappa dei processi e delle possibili udienze. L’immagine e la sostanza di un premier che non si fa trovare, che si “nega”, che all’estero va e un po’ ciondola per “dare buca” ai magistrati persecutori non turbano e non sorprendono.

Immaginiamo qualche scena, di quelle che hanno preceduto e motivato la “strategia della gita”. Berlusconi consulta Ghedini, Gasparri e Cicchitto. Domanda: «Ce la facciamo ad avere questa legge entro Natale approvata in una Camera e entro febbraio nell’altra?». Risposte imbarazzate: «Noi ce la mettiamo tutta, la maggioranza voterà, te lo garantiamo. Ma sui tempi, sui tempi chi può dire…». Seconda domanda all’avvocato più che al parlamentare: «E allora che succede, se quelli fissano udienze e io ci vado?». «Nulla, stai tranquillo, però un rischio c’è. Quelli hanno deciso di condannarti, sai, dopo aver condannato Mills in appello è quasi automatico». «E se fissano udienze e io non ci vado?». «In quel caso tu, se vuoi, spieghi ai cittadini, loro sono con te. Però non andarci non è una bella scena».

A questo punto il premier deve averci riflettuto e, con l’iniziale sorpresa degli altri che non capivano subito, ha detto: “Chiamatemi Frattini”. Frattini? Che c’entra il ministro degli Esteri? Frattini deve essere arrivato senza sapere neanche lui tanto bene cosa c’entrava. Gli è stato spiegato che doveva riempire il carnet dei viaggi all’estero. Frattini è uno svelto e ha capito e lavorato subito dopo aver detto: «Lascia fare a me». Un solo pensiero si deve essere concesso, senza però lasciarselo sfuggire sotto forma di parole: «E adesso come glielo spiego a tutti quelli che andremo a visitare questa voglia matta di viaggiare? Dire papale papale all’estero perché si viaggia come trottole non è il caso, tocca inventarmi una qualche ragione capitale per capitale. Dunque, con gli arabi è facile… però moltiplicarli per tre anche loro non è proprio uno scherzo. Finisce che qualcuno capisce… Poco male, non diranno mai di aver capito».

La Farnesina lavora come un’agenzia di viaggi sotto Natale, il calendario delle missioni del premier si fa fitto e intenso. Non è la strategia dello struzzo, Berlusconi non si nasconde. Neanche però quella del leone, Berlusconi a divorare accuse e magistrati in udienza non ci va. È la tattica del “mordi e fuggi”, appena un po’ rovesciata: più fuggi che mordi. Per amor di patria chiamiamola la strategia della gazzella.