Turpiloquio e insulti nel Parlamento della seconda Repubblica

Pubblicato il 22 Novembre 2009 12:09 | Ultimo aggiornamento: 23 Novembre 2009 17:50

Non più tardi di un mese fa, il premier Silvio Berlusconi a Benevento si lasciò andare a criticare certa stampa che “sputtana il Paese”; un mese addietro il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta aveva accusato “la povera sinistra” di farsi “condizionare da un’elite di m…”., aggiungendo che la “sinistra per male”, deve andare “a morire ammazzata”.

Ricorrere a parole forti non è comunque una novità della cosiddetta seconda Repubblica. Forse è difficile tenere i nervi (e la lingua) a posto quanto la dialettica politica si fa serrata. Fatto sta che la tentazione di ricorrere talvolta ad espressioni un pò rozze sembra non risparmiare nessuno. Nella passata legislatura, l’allora segretario del Pdci Oliviero Diliberto volle precisare quanto grande fosse la sua distanza politica dal Cavaliere: «Non ho nulla a che vedere con Berlusconi. E voglio farlo capire bene. Bisogna far vedere in tutti i modi che ci fa schifo». Per tutta risposta, si beccò da Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, l’accusa di essere un burocrate staliniano. Né ci andò leggera la “dissidente” Daniela Santanchè, critica nei confronti di Gianfranco Fini, allora leader di An, ma anche di quanti nel partito, a suo dire, erano troppo inclini ad accettare tutte le decisioni del capo:«ci sono troppe “palle di velluto”, accondiscendenti ai poteri del Re Gianfranco».

Poco o nulla, comunque, rispetto al clamore che fece l’ormai celebre frase rivolta da Berlusconi agli elettori del centrosinistra, alla vigilia delle elezioni politiche del 2006: «ho troppa stima per l’intelligenza degli italiani per credere che ci possano essere in giro tanti coglioni che votano per il proprio disinteresse». Solo pochi giorni prima nel faccia a faccia televisivo all’americana il Cavaliere e il Professore se l’erano cantate a vicenda davanti alla telecamera a colpi di “ubriaco”, “utile idiota della sinistra”, “poveraccio”, “coniglio”.

Claudio Scajola nel 2001 disse a proposito di  Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle Brigate rosse: «non fatemi parlare, fatevi dire da Maroni se era una figura centrale. Era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza», rispose ai giornalisti che lo incalzavano. Poi Scajola smentì di aver mai pronunciato quelle parole ma perse il posto al Viminale.  Pochi mesi prima Giulio Tremonti aveva definito la nomina di Vincenzo Visco a ministro delle Finanze come la scelta di «affidare l’Avis, l’associazione dei donatori di sangue, a Dracula», sintetizzando poco dopo il concetto affermando che Visco era “un gangster contabile”. E a Cernobbio, davanti agli industriali, ribadì come la finanziaria 2001 fosse «l’ultimo esempio in Europa di supply side, una politica da gangster». E di Francesco Rutelli disse: «Non voglio dire che sia un terrorista contabile, ma senz’altro un analfabeta contabile».

Parole taglienti, come quelle che Berlusconi, nel 2003 indirizzò all’eurodeputato Martin Schulz nell’emiciclo di Strasburgo, reo di aver criticato la situazione italiana sul conflitto di interessi e gli attacchi alla magistratura: «Lei -disse il Cavaliere- può fare la parte del kapò in un film sui nazisti». Successivamente, il leader del Pdl avrebbe bollato Fassino come «testimonial di pompe funebri» e dipinto Fabio Mussi come «uno con la faccia a metà tra un salumiere e Hitler».